Silp-Cgil: problemi con la sicurezza del Tribunale

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TriestePrima

A Milano, dopo la sparatoria in Tribunale avvenuta la mattina del 9 aprile 2015,  scoppiò la polemica sui livelli di sicurezza nei Tribunali. Le accuse si incentrarono sull'operatività dei metal detector, mentre la politica si interrogò sulle falle del sistema di ingresso. Il Premier Renzi dichiarò: «Abbiamo dato un mandato molto forte a fare massima chiarezza sulle falle evidenti del sistema di sicurezza, perché è impensabile e impossibile che si sia potuto introdurre un'arma in un tribunale. Non è la prima volta che accade ma deve essere l'ultima». Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, auspicò in quel triste momento che fosse fatta piena luce sulla dinamica dei fatti: «Spetterà poi ai vertici degli uffici giudiziari (di Milano) e al ministro della Giustizia prendere i dovuti provvedimenti perché simili fatti non si ripetano. Ai servitori dello Stato va assicurato il massimo possibile di sicurezza». Secondo una prima ricostruzione pare che l'uomo possa essere passato assieme al suo legale dalla parte d'ingresso riservata agli avvocati e in cui non ci sono controlli elettronici. Ma è giallo sui metal detector: per alcuni, uno dei metal detector collocato agli accessi controllati di Palazzo di Giustizia era rotto. Il ministro della Giustizia Orlando, invece commentò così: «non ci sono mai arrivate segnalazioni su un deficit nelle strutture di sicurezza. Bisogna capire se ci sono state delle falle. Il sistema ha visto compiersi un insieme di errori gravi che le indagini dovranno chiarire». Il ministro dell'Interno Alfano disse invece: «quello che è successo a Milano è qualcosa di gravissimo e inaccettabile, che non doveva succedere». Il vicepresidente del Csm Legnini annunciò delle iniziative «in segno di solidarietà alla magistratura milanese ed italiana e per porre con forza l'esigenza di maggiore sicurezza degli uffici giudiziari e di tutti gli operatori del sistema giustizia». L’ANM disse infine che i fatti di Milano «ripropongono drammaticamente il problema della sicurezza all'interno dei luoghi in cui quotidianamente si lavora per l'affermazione della legalità, chiedendo con forza che si provvedesse all'adozione di misure urgenti».

Passato un anno, al Tribunale di Trieste invece cosa succede? Nulla! Il “sistema sicurezza” funziona (si fa per dire), solo grazie al solito spirito di servizio dei colleghi impiegati quotidianamente a garantire la sicurezza di tutte le persone che giornalmente accedono a “Palazzo”, perché ci lavorano (magistrati, cancellieri, impiegati, avvocati, ecc.), oppure per altri motivi (pubblico, imputati, Forze dell’Ordine, ecc.). Anche durante l’ultima riunione periodica sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, assieme ai colleghi dell’ADP, era stata rappresentata l’indecorosa situazione in cui versa il Corpo di Guardia del Commissariato di P.S. presso il Tribunale (vds. Titolo IV TU 81/2008), che di fatto assolve la funzione di vigilanza dell’ingresso carraio del Palazzo di Giustizia con un unico operatore, e luogo ultimo, deputato a garantire proprio il diritto dei lavoratori alla sicurezza sui luoghi di lavoro (e qui facciamo il paio con il container di San Sabba), che si trova ad avere porte che non si chiudono, metal detector non funzionanti, pulsantiere guaste, impianti elettrici non a norma, ecc.. Di fatto ad oggi, non sembra che il Datore di Lavoro del Tribunale abbia mai pensato di convocare una riunione periodica (peraltro obbligatoria) con gli RLS delle Forze di Polizia che lavorano -permanentemente- negli Uffici di cui è responsabile, che sarebbero dovuti anche essere preventivamente consultati in ordine alla valutazione dei rischi (o almeno così dice il D. L.vo 81/2008) di quel luogo di lavoro. Infine, non è bello sentire di colleghi che, mandati in sostituzione di quelli assenti, vengono -da alcuni- affrontati in malo modo, solamente perché cercano di garantire la loro sicurezza, chiedendo l’esibizione dei documenti di identificazione che consentono l’accesso da quel varco (e lor signori e lor signore ci scuseranno se non conosciamo tutti). Invece di sbuffi e mugugni, sarebbero molto più graditi dei cordiali saluti e qualche sorriso. È dei giorni scorsi la notizia di due colleghi (in sostituzione) che, impiegati in due differenti turni di servizio e privi dei più elementari sistemi di sicurezza, si sono trovati costretti ad affrontare due diverse “emergenze” cercando di garantire, nel contempo, anche il regolare afflusso di persone e veicoli (purtroppo, nonostante l’impegno, non possediamo ancora il dono dell’ubiquità). Non possiamo e vogliamo credere che le dichiarazioni sopra riportate siano state solo di “pura circostanza”. Non se provenienti dai massimi rappresentanti del nostro Paese. Contemporaneamente, ad esempio, alla Regione FVG, in tempi di “allarme terrorismo” si parla di un progetto del valore di 200.000 Euro per la “messa in sicurezza” della sede della presidenza e di quella di Udine. Sensibilità differenti?

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