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La battaglia delle associazioni / Altopiano Carsico / Località Padriciano

"Chiusi fuori da un giorno all'altro", la rabbia delle associazioni slovene dell'ex campo profughi di Padriciano

L'area, che dovrebbe essere data in gestione all'Università come futura sede di un campus, era da decenni in uso a diverse realtà locali, tra cui il Coro partigiano triestino Pinko Tomažič, gli Scout Sloveni in Italia, due, i vigili del fuoco volontari e la Comunella di Padriciano. I rappresentanti: "E' una volontà politica, noi disposti a dividere spazio con l'università"

Sono sul piede di guerra le 13 associazioni della comunità slovena che hanno sede nell’ex campo profughi di Padriciano, a un anno esatto da quando il Comune “ha messo i lucchetti all’entrata, da un giorno all’altro”. Così è stato dichiarato in una conferenza stampa indetta oggi nell’area del comprensorio, che ha visto presenti i rappresentanti delle associazioni e un centinaio di persone, non solo iscritti e residenti a Padriciano e Gropada, ma anche rappresentanti della politica locale. Si parla di un’area enorme che comprende diversi padiglioni, alcuni da tempo in uso a queste realtà, tra cui il Coro partigiano triestino Pinko Tomažič, gli Scout Sloveni in Italia, due gruppi musicali, la comunità agraria, i vigili del fuoco volontari, il circolo culturale Skala - Gropada, la Comunella di Padriciano, il circolo culturale Slovan e un gruppo di apicoltori. Alcune di queste associazioni sono attive in questa sede da decenni, poi il comprensorio è stato concesso in gestione all’Università di Trieste, il motivo ufficiale per il quale l’amministrazione comunale avrebbe interdetto l’uso dei locali alle associazioni. In un caso particolare, è stato dichiarato in conferenza stampa, “gli scout sono usciti con il furgone e non hanno potuto rientrare perché il cancello era stato chiuso e il Comune non rispondeva alle chiamate”.

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Così ha dichiarato Rada Zergol, presidente del coro partigiano Tomasic: “Quest’anno ci sono stati vari incontri col Comune e l’Università, e abbiamo cercato di trovare una soluzione. L’università voleva costruire un campus universitario, cosa che a noi va bene, solo che abbiamo chiesto di poter mantenere uno o due edifici per continuare la nostra attività. Ora non abbiamo più il nostro magazzino con l’archivio e gli strumenti musicali, alcune cose le abbiamo portate a casa altre sono ancora qui, e quest’anno festeggiamo 50 anni di attività ininterrotta. Stiamo preparando diversi concerti e sarà molto difficile”.

Un coro conosciuto a livello nazionale e internazionale, spiega la signora Zergol, “ci siamo esibiti anche in Slovenia, Austria e molti altri paesi. In questi 50 anni abbiamo dato anche lustro alla città di Trieste”. Dal Comune, specifica la presidente del coro, le risposte sarebbero state contraddittorie: “prima ci hanno detto che c’era amianto, poi si è scoperto che non ce n’era. Così hanno parlato di problemi di sicurezza ma il problema non sussiste perché siamo tutti assicurati e saremmo noi gli eventuali responsabili”.

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Accuse dirette sono state formulate al sindaco Dipiazza che, è stato comunicato nell’incontro, "il giorno successivo alla chiusura ha dichiarato che lo stesso lunedì avrebbe consegnato le chiavi a Mattia Premolin (coordinatore delle 13 associazioni, ndr), ma così non è stato, neanche dopo svariati incontri con il Comune e un incontro col console sloveno. A tutti ha promesso che avrebbe dato lo spazio alle associazioni, come è previsto anche in una delibera dello stesso Dipiazza del 2001”. “Le associazioni - è stato ancora spiegato - sono d’accordo a condividere gli spazi con l’università, probabilmente c’è una volontà politica. Sembrerebbe inoltre che nemmeno il Comune possa entrare in possesso degli immobili, perché rimangono ancora i lucchetti messi dalle associazioni”.

Accuse anche all’ex presidente della Regione Debora Serracchiani che, secondo Carlo Grgic della Comunella di Padriciano “ha regalato questo sito al Comune di Trieste e, in parte, alla Regione, non rispettando una delibera approvata nel 1990”. Al momento queste realtà si stanno organizzando con i loro mezzi per continuare le attività, poiché non sarebbe stata loro concessa nemmeno una sistemazione alternativa. “Il Comune non può dire che siamo abusivi - hanno detto i loro rappresentanti -, le prime associazioni sono arrivate 35 anni fa, hanno riqualificato gli edifici e, senza di loro, il comprensorio sarebbe completamente abbandonato”.

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