rotate-mobile
Domenica, 16 Giugno 2024
Il caso

Caso Resinovich, in arrivo da Penelope la super perizia: "Il caso non è chiuso"

A firmarla saranno il professore Vittorio Fineschi dell'università La Sapienza e il dottor Stefano D'Errico, dell'Università degli Studi di Trieste. Nel frattempo, dagli atti d'indagine emerge la testimonianza di una donna che prima del ritrovamento del cadavere avrebbe visto una persona "alta, brizzolata e con la barba bianca" aggirarsi nei pressi di via dei Roveri con qualcosa sulle spalle, di grandi dimensioni. Non ci sono segni di impronte sui sacchi

TRIESTE - Dopo la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Trieste sul caso Resinovich spuntano tre elementi di indagine fino ad oggi rimasti nascosti all'opinione pubblica: si tratta dell'assenza di impronte digitali della sessantatrenne triestina sui sacchi neri all'interno dei quali si trovava avvolto il suo corpo, l'impronta di un guanto e la testimonianza rilasciata spontaneamente da una dipendente della casa di riposo Gregoretti che, nelle ore precedenti al ritrovamento del cadavere, nei pressi del parco di San Giovanni aveva intravisto un uomo "alto, brizzolato e con la barba bianca" intento a trasportare sulla schiena qualcosa di simile ad un sacco, comunque di grandi dimensioni.

L'ultima puntata di Chi l'ha visto

Elementi che sono emersi anche nell'ultima puntata di Chi l'ha visto, andata in onda lo scorso mercoledì. Sono elementi di indagine particolarmente signficativi, anche perché, solo per citare l'ultimo dato, la Squadra mobile aveva effettuato un sopralluogo in vicolo dei Roveri, la stradina che parte da via San Cilino ed entra nel parco dell'ex ospedale psichiatrico all'altezza di via . Lì, come riportato, non ci sono telecamere anche se, a dire il vero, nel tratto in cui la via diventa pedonale in prossimità di un arco di pietra che funge da varco, un cartello del residence Bottacin indica come l'area sia sottoposta a "a videosorveglianza". 

La super consulenza di Penelope

Per la Procura il caso è chiuso (qui l'articolo dove spiegavamo le ragioni degli inquirenti, dettagliate sulla base delle motivazioni scritte nella richiesta di archiviazione dalla pubblico ministero Maddalena Chergia). Ma non lo è per l'opinione pubblica, né tantomeno per la famiglia di Liliana, sostenuta dall'associazione Penelope e dall'avvocato Nicodemo Gentile. Il fratello Sergio continua a chiedere la riesumazione del cadavere e nuove indagini. "Scienza e fatto si muovono come il cane e il gatto in questo caso - dice Gentile -, anche perché affondando nel mare degli atti quello che emerge è che il caso rappresenta una vicenda ancora tutta da scrivere". L'associazione è convinta "sempre di più che non si tratti di suicidio" (al contrario di ciò che invece affermano gli inquirenti) e chiede alle autorità di "non usare la parola fine". E' proprio l'assenza di impronte papillari "sui sacchi, sui sacchetti, sul cordino e sulla bottiglietta" che porta Nicodemo e soci a sostenere con forza che "la verità stenta di essere affermata". Nel frattempo l'associazione sta lavorando ad una super consulenza (il titolare è il professor Vittorio Fineschi), che potrebbe vedere la luce a breve. Dopo la richiesta di archiviazione e i nuovi elementi che emergono dagli atti, toccherà al gip decidere se Resinovich è un caso chiuso, oppure no. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Caso Resinovich, in arrivo da Penelope la super perizia: "Il caso non è chiuso"

TriestePrima è in caricamento