Verdi: il ritorno di Lucrezia Borgia tra scroscianti applausi

L'opera mancava da un secolo e mezzo dal Teatro Verdi, che ora la propone con un cast capeggiato dalla bravissima Carmela Remigio

Tra il 1838 (cinque anni dopo il debutto scaligero) e il 1871 fu allestita a Trieste ben otto volte, e da allora Lucrezia Borgia venne abolita dalle scene del capoluogo giuliano. Un fatto piuttosto inspiegabile, trattandosi di uno dei maggiori, seppure travagliati e dalla censura maltrattati lavori donizettiani, magari con qualche difettuccio generosamente compensato, però, dall'abbondanza dei momenti di grande impatto e riuscita. La sfiducia dei triestini nei confronti della famigerata avvelenatrice sembra continuare, siccome il pubblico non è approdato numerosissimo alla prima di quest'opera finalmente reinserita nel cartellone del Teatro Verdi, a meno che il vero motivo del afflusso ridotto non sia stato l'annunciato ritardo di mezz'ora dovuto a “una protesta posta in essere dalle organizzazioni sindacali SLC - CGIL, FISTel - CISL, Uilcom - Uil, Libersind – Confsal” (come riporta il comunicato ufficiale), oppure la “minacciosa” data dell'evento: venerdì 17. 

Tuttavia, coloro che hanno superato il timore e il davvero brevissimo differimento, sono stati premiati da uno spettacolo di notevole dignità, meritatamente premiato con molti applausi a scena aperta e lunghe acclamazioni finali. Più preciso e risoluto che dedito alla minuziosa ricerca di ogni risorsa della partitura, Roberto Gianola si dimostra un maestro di, come si usa dire, onesto mestiere, in ogni senso molto attento al palcoscenico. Nel rivolgersi all'orchestra, diligente ed in pregevole forma, Gianola non risulta un esegeta esauriente né minuzioso curatore del fraseggio, ma garantisce la fluidità ed un'opportuna tensione dello spettacolo, lasciando molta libertà espressiva ai cantanti le cui interpretazioni diventano così il baricentro effettivo della dimensione musicale nonché di quella drammaturgica. 

E il cast per lo più abilmente affronta tale compito. Nessuna titubanza nel complesso ruolo titolare per Carmela Remigio il cui esordio con la romanza “Com'è bello!” viene salutato dalla platea con un lungo e particolarmente cordiale battimani che ulteriormente accresce la sicurezza del soprano, inappuntabile anche nella recitazione. La voce limpida, duttile ed agile si abbandona alle fioriture senza esitazione e premeditazione, scorre spontanea e ben arrotondata in tutti i registri, permettendo alla cantante di immergersi perfettamente nel personaggio e conferirgli un'intensità commovente nelle bellissime ultime scene del secondo atto, che fanno completamente perdonare una certa mancanza della qualità sanguigna nel duetto con il marito e nell'auto-smascheramento davanti agli ospiti avvelenati, in quel genere di episodi, insomma, a cui gioverebbe un appropriato “storpiamento” vocale (per dirla con la Callas, non si può gridare “Lontan! Lontan! Serpenti!” ai propri figli con una voce soave e vellutata). 

Stefan Pop è un tenore di gradevole timbro, squillante quanto basta, di notevole sensibilità, attento al fraseggio, sicuro nell'alta tessitura e da quel punto di vista non vi sono rilevanti appunti alla sua prestazione. Ci vuole, d'altronde, una florida immaginazione per vedere in lui il Gennaro ideale, sia per la sua corporatura sia perché, almeno sul palcoscenico, più che il figlio pare essere il fratello maggiore di Lucrezia. Delicatezza, raffinatezza e musicalità distinguono la sofisticata vocalità di Dongho Kim, e siamo certi che maturando acquisterà una maggiore imperiosità esatta dal ruolo di Don Alfonso, lo sposo della protagonista. Convince senza alcuna riserva sulla sua prestazione complessiva Cecilia Molinari nei panni di Maffio Orsini. Molto apprezzati il coro, preparato da Francesca Tosi, ed i contributi di Motoharu Takei, Rustem Eminov, Dario Giorgelé, Andrea Schifaudo, Dax Velenich, Giuliano Pelizon, Giovanni Palumbo e Roberto Miani. 

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Qualche discordia tra i contestatori e i sostenitori la genera l'allestimento realizzato dal Teatro Verdi in coproduzione con i Teatri di Bergamo, Reggio Emilia, Piacenza e Ravenna. Un po' di diatriba indubbiamente non nuoce a qualsivoglia spettacolo, ma sinceramente, questa volta non se ne capiscono i motivi, siccome si tratta di una messa in scena a cui si addice la poco originale descrizione “senza infamia e senza lode”. Il regista Andrea Bernard, lo scenografo Alberto Beltrame, la costumista Elena Beccaro, il light designer Marco Alba e la coreografa Marta Negrini ideano un prodotto compatto e lineare, fondamentalmente minimalista, avvolto nelle atmosfere di un idoneo livore e nelle tenebre squarciate dalle ben posizionate fasce luminose rivolte agli interpreti e a qualche simbolico dettaglio usato per sottolineare gli spunti narrativi. Nulla di sconvolgente, dunque, in nessuna direzione, però funzionante e in armonia con un'inquadratura in bilico tra la tradizione ed una piuttosto timida modernità.

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