Mercoledì, 17 Luglio 2024
UN fenomeno che va avanti da troppo tempo

Di rotta balcanica si moriva già cinquant'anni fa, il ricordo della tragedia di Sant'Antonio

Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 1973 quattro giovani provenienti rispettivamente dal Mali e dalla Mauritania morirono alle porte dell'abitato di Sant'Antonio in Bosco. Sabato la commemorazione nel cimitero dove sono sepolti a cura del Comitato Danilo Dolci e di Ics. Ma quelle vite spezzate non furono le sole. Storia di come lungo quella rotta la sofferenza e il dolore vadano avanti da decenni, nell'indifferenza pressoché generale delle istituzioni

TRIESTE – Nessuno conosce con precisione il numero delle persone che hanno viaggiato lungo la rotta balcanica, ma è noto che la sofferenza di chi la percorre va avanti da almeno cinquant’anni. La sera tra il 13 e il 14 ottobre 1973 tre giovani maliani e uno proveniente dalla Mauritania muoiono di freddo e di fame alle porte del villaggio di Sant’Antonio in Bosco/Boršt, qualche chilometro a sud-est di Trieste. Seydou Dembele, Mamadou Niakhate, Mibaye Somila Diby e Traore Bakary hanno tutti tra i 19 e i 27 anni. I loro corpi giacciono sulla strada, uccisi, come disse qualche giorno dopo l’allora sindaco di Dolina Dušan Lovriha in occasione del loro funerale, “dall’avidità degli sfruttatori del lavoro, dai resti del colonialismo della seconda metà del ventesimo secolo”. Perché ieri come oggi, sul flusso migratorio pesava la convinzione delle istituzioni di essere di fronte ad un traffico di esseri umani di proporzioni bibliche. Il Piccolo di quel tempo titola “Morti tre negri a Trieste”, con il caso che finisce per lambire anche le cronache nazionali. Qualche anno fa, grazie al gruppo Misteri e Meraviglie del Carso è emersa la testimonianza di Serena Mari, figlia dei proprietari del casello della ciclabile accanto al quale i giovani passarono.

La testimonianza-verità dopo molti anni 

“Non hanno bussato, ma chiamato e dalle finestre della camera mio padre e mia madre, alle 4:30 del mattino, hanno potuto vedere solamente due persone che chiedevano qualcosa. Essendo la casa priva di telefono e vedendo che nonostante le indicazioni per raggiungere Trieste – come ipotizzavano che stessero chiedendo i miei genitori – hanno deciso di vestirsi ed andare a San Dorligo dai carabinieri. Presa l’automobile ed uscendo dal cancello i due giovani hanno spostato dei lunghi “fagotti” per dar modo ai veicolo di uscire”. Le parole della Mari chiusero, per certi versi, le interpretazioni (alcune più simili a speculazioni, tipiche di quando si cerca a tutti i costi un responsabile) volte a tentare di ricostruire i fatti. Molti anni dopo la tragedia, si tenne una commemorazione presso il cimitero dove sono sepolti i quattro. Uno dei due sopravvissuti volle essere presente e dalla Francia, dove viveva, riuscì a raggiungere Sant’Antonio in un viaggio a ritroso nella memoria. 

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In fuga dal comunismo di Ceausescu, le scritte in Carso

Ma la rotta della val Rosandra, terminale di quella balcanica, non vide la presenza esclusiva di genti provenienti dall’Africa. Nell’estate del 1973, a qualche chilometro di distanza da Boršt cittadini di nazionalità romena scolpiscono i loro nomi sulla vedetta Alice. Sucili Virgil parte da Cluj. L’iscrizione lascia aperti alcuni interrogativi sulla destinazione finale. “Romania-Sudafrica”, si legge. Ladislau Kovacs parte da Arad e arriva a Trieste il 28 agosto. Spera di poter raggiungere gli Stati Uniti d’America. Anche Mereg Csalad è di Arad, ma è partito qualche settimana prima. I romeni fuggivano da un paese in preda al delirio socialista di Ceausescu e l'arrivo in Carso profumava di libertà. Oggi quelle iscrizioni rimangono lì, scolpite sul calcare in ricordo di migrazioni che su questa rotta vanno avanti da sempre. 

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Dallo Sri Lanka all'Italia, morti sotto la tempesta di neve

Molti anni dopo, Trieste venne scossa dalla notizia della morte di Kandeepan Krishanthini, Kanagaratman Yaliny, Kandepan Paradeepan e Mathura Ahila, tre neonati e una bimba di nove anni morti il 18 aprile del 1991, dopo un lunghissimo ed estenuante viaggio intrapreso dalle famiglie partite da uno Sri Lanka insanguinato dal conflitto tra il governo e le Tigri del Tamil. Al momento del loro arrivo a Trieste in Carso nevicava. Morirono assiderati e per le condizioni gravissime in cui versavano una volta trasportati al pronto soccorso. Il decesso venne ufficializzato all’ospedale di Cattinara. Marina, allora "caposala" della semeiotica chirurgica, ricorda così quel momento. "Una di loro aveva gli occhi bianchi e i bulbi oculari congelati. Non avevo mai visto una cosa del genere, fu straziante". I quattro corpi vennero sepolti al cimitero di Sant’Anna, dove tutt’ora riposano. 

La strage di Trieste, i corpi dei bimbi congelati e quella solidarietà in ospedale

La commemorazione di sabato a Sant'Antonio

Sono tutte storie tragiche, avvenute lungo una rotta che oggi fa molto rumore, ma che in realtà non ha mai smesso di essere percorsa da chi è alla ricerca di una vita migliore. Per questo motivo, nella giornata di sabato 14 ottobre il Comitato Danilo Dolci assieme all’Istituto Consorzio di Solidarietà ha organizzato una manifestazione dal titolo “Già 50 anni si moriva sulla rotta balcanica”. “Con la loro morte – si legge nel volantino – hanno inaugurato in Italia la indescrivibile e sanguinosa rotta balcanica”. L’appuntamento è fissato alle 16:30 di sabato presso il cimitero di Boršt. Ritrovo per raggiungere il luogo della tragedia con i mezzi pubblici alle 15:15 in piazza Oberdan.  

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