Cronaca

Dalla Bosnia al Carso, una questione di soldi e sangue: il dossier sulla Rotta balcanica

La rete Rivolti ai Balcani ha aggiornato il dossier che già era stato presentato nell'estate del 2020 sul fenomeno migratorio e sui gravi episodi di violenza documentati dai media e dalle organizzazioni umanitarie. L'anticipazione dei contenuti

Oltre 30 pagine che documentano la grave situazione che sulla Rotta balcanica, dai campi profughi della Bosnia fino al Carso alle spalle di Trieste, va ormai avanti da anni. Il dossier realizzato dalla rete Rivolti ai Balcani (che sarà reso pubblico il 1° febbraio ndr) è stato consegnato da Gianfranco Schiavone all’eurodeputato del gruppo Socialisti e Democratici Massimiliano Smeriglio in occasione della sua visita a Trieste avvenuta ieri 30 gennaio. Documento preparato nei mesi scorsi, il dossier emerge in uno dei momenti più complessi della storia del fenomeno migratorio sulla frontiera orientale d’Europa. 

Un fenomeno di portata epocale: una "battaglia" dai più fronti

Da Bihac a Trieste, il sentiero percorso dai migranti è diventato sempre più tortuoso. Prima che scoppiasse il caso della condanna del Viminale da parte del tribunale di Roma in merito alle “illegittime” riammissioni informali, il campo di Lipa è stato dato alle fiamme (sul rogo è stata aperta un’inchiesta ndr) e le temperature invernali nei Balcani sono precipitate. Tutti elementi che hanno contribuito a risvegliare dal sonno una Bruxelles incapace di governare un fenomeno di portata epocale. Se da un lato la Commissione Europea “protegge” i governi nazionali, dall’altro lato l’Unione ha “regalato” 25 milioni di euro al mondo dell'accoglienza. 

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Uno dei nodi centrali: il fiume di denaro dall'Europa alla Bosnia

Tra le tante spicca il ruolo dell'International Organisation for Migration, la struttura “intermediaria” che nel dossier viene altresì indicata come “l’unica modalità di intervenire senza rimanere invischiati in logiche corrotte”. Per altri invece, lo IOM sarebbe il vero protagonista “della guerra di potere che da anni contrappone le autorità locali e i residenti al gigante europeo”. Negli ultimi due anni e grazie alle istituzoni europee, in Bosnia sono giunti oltre 85 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti circa altri 40 milioni stanziati dal 2007 fino ad oggi e gli otto miloni di euro destinati alla messa in pratica delle misure di contenimento e gestione della pandemia. 

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Il capitolo violenze: il ruolo dei media e delle testimonianze raccolte

Nel calderone in continua ebollizione della Rotta si inseriscono le violenze sui migranti da parte delle forze dell’ordine, episodi su cui, al di là delle eccezioni rappresentate da organi di informazione come Avvenire, il britannico The Guardian e pochi altri, sembra essere calato il silenzio. È in questa direzione che va la diffusione del dossier di RaB (documento la cui uscita in programma domani è un aggiornamento del “faldone” già reso pubblico nell’estate del 2020 ndr). Passando per il “pantano” bosniaco, nel dossier si affrontano diversi temi: si va dalla cronologia degli eventi che si sono susseguiti dal 2015 all’era CoViD, fino al capitolo dei respingimenti proponendo un’analisi delle cause e delle responsabilità, oltre ad indagare sugli aspetti giuridici della questione. Il quadro evidenziato dal dossier parla di “violenze e negazione dei diritti” all’interno di un’area, quella balcanica, dove da anni vengono applicate politiche finalizzate “ad impedire, o a contenere, i flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale”. 

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I numeri: i respingimenti e le responsabilità 

Secondo dati raccolti dai volontari di “Border Violence Monitoring Network”, nell’ultimo anno più di 4300 persone sarebbero state respinte dalla polizia croata, “845 delle quali con l’uso di armi a scopo intimidatorio ma anche offensivo”. In merito alle modalità d’intervento delle forze di polizia di Zagabria, nel dossier vengono lanciate pesanti accuse. “Tagli, bruciature, segni di pugni, calci, lesioni compatibili con l’uso di fruste e violenti abusi sessuali”; inoltre, viene menzionata la “tortura, confisca e distruzione dei beni personali”. Infine, il dossier termina con le notizie più recenti attraverso i capitoli dedicati alle “responsabilità dell'Italia per le riammissioni verso la Slovenia” e la cosiddetta “criminalizzazione della solidarietà”. 

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Il vortice continuo: dall'Italia alla Bosnia, dai Balcani al Carso

“La polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha “riammesso” 1.240 migranti e richiedenti asilo tra gennaio e metà novembre 2020”. Molti di essi, come raccontato da TriestePrima (siamo stati i primi in Friuli Venezia Giulia a pubblicare i report settimanali sul numero dei riammessi in Slovenia ndr), sono stati consegnati alle autorità slovene che a loro volta hanno riammesso i migranti in Croazia ed infine in Bosnia. Un vero e proprio vortice che, al di là dell’ormai celebre “The Game” (così i migranti chiamano il percorso dai Balcani all’Italia ndr), sembra essere tutt’altro che un gioco.

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