Addio a Sandro Chersi, velista stratega e schietto "comandante" della Barcolana

Si è spenta oggi una figura leggendaria del mondo della vela triestina. Chersi era nato nel Secondo dopoguerra e a Barcola aveva stabilito la sua anima. Assoluto protagonista, ha "scelto" il giorno di Barcolana per salutare tutti

Se n'è andato a modo suo, senza dire niente a nessuno e scegliendo, come solo chi vive la sua vita da protagonista sa fare, il giorno di presentazione dell'edizione 2020 della sua Barcolana. Sandro Chersi, per tutti "comandante" e leggendario personaggio della vela adriatica, si è spento oggi 21 luglio dopo una lunga malattia degenerata nel corso degli ultimi mesi. 

Nato a Trieste nel 1948, Sandro era considerato un vero e proprio pilastro del panorama velistico triestino e non. Capace di disegnare il campo di regata della "nuova" Barcolana e membro dei "Cici" (circolo ristretto di velisti così potenti da essere in grado di condizionare le elezioni interne alla Svbg), Chersi si era sempre contraddistinto per la sua pungente schiettezza, quella che i potenti non sopportano. Non riservava trattamenti di favore a nessuno ed era in grado di andare a braccetto con politici, artisti, nomi dello sport di fama mondiale e amministratori delegati di grandi aziende. 

Nelle interviste con i fin troppo esigenti giornalisti che gli chiedevano di racchiudere la sua passione per il mare in 4000 battute (a volte anche meno), rispondeva che il suo racconto riguardava una vita intera, prendere o lasciare. Ci si sedeva, Sandro ordinava due bianchi e si iniziava a registrare. Tra un'impresa a bordo di quell'Urania di Stelio Spangaro che stravince sul Nibbio nel 1981 o il giro d'Italia a vela (solo per citare due esempi celebri), ripeteva molto spesso che non sopportava la falsità e, da uomo d'acciaio, preferiva mandare le persone a quel paese piuttosto che mostrarsi ipocrita. 

Talento inarrivabile dal punto di vista narrativo, Sandro aveva trasformato Barcola nel luogo dell'anima. Al suo cospetto, chiunque subiva il fascino dei suoi occhi e della profondità delle sue parole. In gergo marittimo e velistico utilizzava termini tecnici provenienti da lingue straniere, ma per bacchettare gli ingrati e i politicanti usava sempre e solo il dialetto triestino. Elegante e autentico lupo di mare, nell'ultimo periodo la sua voce si era progressivamente arrugginita assumendo, per certi versi, quel particolare timbro che sa di speciale raccomandazione, e che intimorisce anche i più coraggiosi. Stare vicino a Sandro era un po' come tornar bambini: lì davanti a lui non si poteva fare altrimenti, bisognava solo ascoltare.  

Chersi era conosciuto dalla maggior parte delle persone con questo cognome ma in realtà, la sua storia, nascondeva alcune pagine dolorose che non amava rendere pubbliche. Orfano fin da piccolo, Sandro era nato da un padre marinaio morto di tubercolosi negli anni del Secondo dopoguerra e da una madre deceduta tre anni e mezzo dopo averlo partorito. Qui prese il cognome della madre (Facchin), poi gli venne cambiato in Cecchini ed infine, l'invenzione di quel Leminetti che l'accompagnò fino al compimento del diciottesimo anno d'età. Solo in quel momento, Sandro divenne il Chersi che tutta la città di Trieste aveva conosciuto. 

Ciao "comandante". 

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