Cronaca

Migrante "picchiato dalla Polizia", per il Tribunale di Roma non c'è nessuna prova

Secondo le prove presentate dal Viminale, il migrante non sarebbe mai arrivato in Italia. A suo carico anche 3.038 euro di spese legali

Il Tribunale di Roma ha stabilito con una nuova ordinanza che “non è stata fornita la prova” che Mahmood Zeeshan, il pachistano che denunciava maltrattamenti da parte della polizia italiana, “abbia personalmente subito un respingimento informale verso la Slovenia”. E' stato inoltre condannato a pagare 3.038 euro di spese legali. A gennaio la versione del pachistano era stata presa per buona dal giudice Silvia Albano ma, secondo le prove presentate dal Viminale, il migrante non sarebbe mai arrivato in Italia. La notizia è stata riportata da Fausto Biloslavo su Il Giornale.

La sua versione

Zeeshan sostiene di essere arrivato a Trieste con altri migranti a metà luglio del 2020 e di essere stato soccorso dai volontari dell’associazione Linea d’Ombra. Agenti in borghese -  ma la vigilanza nella fascia confinaria e i servizi nell’area urbana vengono effettuati, senza eccezioni, da operatori in divisa - li avrebbero invitati a salire su un furgone e li avrebbero portati in una grande stazione di polizia, dove sarebbero stati fotosegnalati da agenti in uniforme.Tutti i migranti presenti avrebbero espresso la volontà di presentare la domanda di protezione. In seguito sarebbero stati portati in una zona collinare e con dei bastoni “intimati a correre dritto davanti a loro, dando loro il tempo della conta fino al 5”. Dopo circa un chilometro il gruppo sarebbe stato fermato da poliziotti sloveni che li avrebbe fatti salire su un furgone. Una volta giunti a destinazione, sarebbero stati rinchiusi in una stanza priva di servizi igienici, senza cibo e acqua e, accompagnati dalla polizia in una caserma alla zona di confine con la Croazia, dove sarebbero stati ammanettati e malmenati con manganelli neri avvolti con filo spinato. I migranti, in meno di 48 ore, sarebbero poi stati spediti in Bosnia.

Le precisazioni dell'Avvocatura

Come riportato da Il Giornale, Zeeshan, classe 1993, grazie a questa storia presa per buona dalla prima sentenza è arrivato in Italia da Sarajevo con regolare visto il 9 aprile. Arrivato a Malpensa è stato identificato: esaminato il passaporto e "confrontate le immagine versate [...] con le foto segnalazioni contenute negli archivi […] non risultavano registrate nel sistema". In pratica, come si evince dal testo dell'ordinanza, il pachistano non sarebbe mai stato in Italia e si ribadisce il “dato obiettivo e difficilmente controvertibile della totale assenza di traccia alcuna e non risulta alcuna corrispondenza con le immagini versate in atti”, che “priva di riscontro è risultata anche la ricerca del nominativo” e che, su richiesta del Ministero dell’interno, le autorità slovene analogamente hanno dichiarato che “il soggetto non risulta coinvolto in alcun intervento di polizia, né segnalato nella banca dati della polizia". Zeeshan avrebbe inoltre dichiarato che le sue impronte sarebebro state prese manualmente ma, specifica l'Avvocatura, “dal 15 maggio 2016 presso la Frontiera di Trieste è stato installato un apparato di fotosegnalamento, costituito da uno scanner, che non necessita di rilevamento di impronta su carta”

Il commento del SAP

"Poliziotti ingiustamente accusati da infamanti falsità, in pieno contrasto con l'opera quotidiana di primo soccorso che la Polizia di Frontiera attua proprio nei confronti di chi raggiunge il nostro Paese facendo ricorso ai trafficanti di uomini, quelli sì senza scrupoli - ha commentato il SAP -. Poliziotti che si distinguono anche in questi momenti per altruismo e umanità nei confronti degli immigrati clandestini. L'ennesima macchina del fango messa in moto contro le forze dell'ordine per discreditarne l'operato, ancora una volta ha subito il più che giusto arresto. Il SAP proprio perché si eviti casi come questo, dove si muovono false accuse contro gli agenti, da tempo chiede telecamere sulle divise e adeguate “garanzie funzionali”, inoltre che eventuali procedimenti in cui sono coinvolti gli operatori delle forze dell'ordine siano affidati al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello".

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