Domenica, 21 Luglio 2024
Dai Balcani a Trieste, storie di violenze

Sequestrati e torturati da trafficanti afghani: "Dateci i soldi o vi uccidiamo"

La testimonianza, che conferma per l'ennesima volta la violazione di diritti umani lungo la rotta balcanica e fornisce elementi utili a ridisegnare la mappa del controllo criminale, proviene da un gruppo di giovani di nazionalità bengalese, giunti a Trieste a fine agosto. "Avevano armi cariche, munizioni, barbe lunghe e la kefiah. Hanno minacciato le nostre famiglie, sono terroristi". Il rapimento al confine tra Serbia e Bulgaria, ad una quindicina di chilometri da Pirot, poi il sequestro per due giorni. L'ombra della mafia albanese e i rapporti con ciò che sta accadendo in Kosovo

TRIESTE – Rapiti e sequestrati per due giorni da un gruppo di trafficanti armati fino ai denti che li hanno legati agli alberi con degli stracci stretti attorno al collo e minacciati di morte, fino a farsi consegnare seimila euro. È quanto emerge dalla brutale testimonianza raccolta in piazza Libertà a Trieste e rilasciata a TriestePrima da quattro giovani di nazionalità bengalese, giunti nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia alla fine di agosto. Il luogo dell’ennesima violazione di diritti umani lungo la rotta balcanica è il confine tra la Bulgaria e la Serbia, dove di recente il flusso di persone provenienti dalla Turchia ed intenzionate a raggiungere l’Unione Europea è ripreso come non si vedeva da tempo. Più precisamente la frontiera è quella di Kalotina, una sessantina di chilometri a nord-ovest di Sofia, e il luogo del rapimento dista circa una quindicina di chilometri da Pirot, in Serbia. Una testimonianza che potrebbe ridisegnare la mappa del controllo del territorio in quest'area dei Balcani, dopo le recenti operazioni di polizia che hanno decapitato alcune gang di trafficanti al confine tra Serbia e Ungheria.  

"Dateci i soldi o vi uccidiamo"

Il racconto del gruppo è disarmante e stracolmo di terrore. I quattro partono dal Bangladesh un paio di mesi fa. Una volta giunti in Turchia, riescono ad oltrepassare il confine con la Bulgaria e a dirigersi verso il paese ex jugoslavo. È il 3 agosto quando mettono piede in Serbia. Camminano lungo la linea ferroviaria che collega la capitale bulgara alla città di Niš. È qui che vengono fermati dal gruppo di afghani. “Due sono arrivati di fronte, altri due da dietro” raccontano. I quattro giovani bengalesi capiscono presto che la faccenda si mette male. “Avevano armi cariche e piene di munizioni. Ci hanno preso e portato in un posto in montagna. Lì ci hanno picchiato, venivano uno ad uno a dirci che se non avessimo dato loro dei soldi ci avrebbero ucciso”. Ad un certo punto la violenza esplode. I trafficanti prendono uno del gruppo e lo legano, con una stoffa attorno al collo, ad un albero. La stoffa, forse per una banale coincidenza o forse per un preciso motivo, ha i colori della bandiera dell’Afghanistan. “Alcuni avevano barbe lunghe e la kefiah in testa. Altri erano mascherati, coperti. Erano armati, avevano armi, munizioni, coltelli, bastoni. Erano terroristi”.

I soldi dal Bangladesh ad un Western Union in Turchia

La banda criminale ruba i cellulari al gruppo. “Se non mandate i soldi uccidiamo i vostri figli” questa la minaccia che viene lanciata alle famiglie dei quattro. Usano videocall. Poi scattano la fotografia, che le famiglie rispediranno indietro ai loro figli quando il peggio sarà passato e il gruppo troverà la forza di denunciare la situazione. “Lo facciamo perché le persone che viaggiano lì devono sapere, devono evitare di passare vicino ai boschi di quella zona, è meglio camminare vicino alle autostrade, è più sicuro”. All’inizio i trafficanti chiedono, per lasciar proseguire il viaggio ai quattro bengalesi, 2.500 euro a testa. “Avevamo solo 300 euro in contanti - raccontano – ma ce li hanno presi subito”. Alla fine, dopo le minacce di uccidere i figli, le famiglie mandano i soldi. Lo fanno, secondo la testimonianza dei quattro, attraverso un Western Union. Non in Serbia, bensì in Turchia, elemento quest’ultimo che conferma per l’ennesima volta come la rete di traffici illegali e ritorsioni sia ben organizzata in tutta la penisola balcanica e difficile, se non addirittura impossibile, da ricostruire con precisione. 

Le bande di trafficanti: ecco chi sono

Secondo quanto pubblicato in una recente inchiesta realizzata da Balkan Insight, in Serbia operano diverse bande di trafficanti e ognuna capace di controllare diverse aree del paese. Tra queste, oltre al gruppo Tetwani (gang di origine marocchina, facente capo a tale Mohammed Tetwani, conosciuto anche con il nome di Mohammed Maghrebi e presumibilmente latitante in un qualche paese europeo), la guerra per il territorio ha visto l'ascesa degli afghani. Da una gang iniziale, ora le formazioni sono almeno due ed entrambe hanno nomi che si rifanno a numeri: la prima è chiamata 313 perché omaggia un battaglione di Talebani (il Badri 313); la seconda, nata a causa di una violenta scissione, si chiama 400/59, con i video stile criminale che impazzano su Tik Tok. Dall'inchiesta di Balkan Insight emerge inoltre come un ruolo significativo, nel contrabbando e nella vendita di armi a gruppi come quelli responsabili del rapimento dei quattro bengalesi, oltre che nella gestione di una fetta consistente del business, vada ricercato nei rapporti tra la mafia albanese e le gang siriane (che operano al confine tra Serbia e Croazia) sullo sfondo di ciò che sta accadendo da tempo in Kosovo.   

"Qui ci sentiamo al sicuro": dopo le torture la speranza di una nuova vita

“L’unica cosa che riuscivamo a fare era piangere” continua così la testimonianza dei quattro bengalesi. “Sarei potuto morire" queste le parole del giovane legato all’albero. Uno dei quattro viene anche marchiato a fuoco sul polpaccio, sulla gamba due segni che rimarranno lì, probabilmente per sempre. La vittima, un ragazzo sotto i trent'anni, scopre la parte inferiore della gamba per mostrare la tortura subita in Serbia. “Per noi è stato un momento difficilissimo, è impossibile da descrivere, vogliamo solo dimenticare”. Ora i quattro giovani bengalesi sono a Trieste, costretti come tanti a dormire all’addiaccio, tra la zona della stazione e l'ex Silos. Anche lì dentro, a dire il vero, le cose non vanno molto bene. "L'altro giorno sono venuti ad arrestare un trafficante" racconta una fonte di TriestePrima. Ma lì ne rimarrebbero altri cinque, forse di più. Il gruppo di bengalesi, ora che è arrivato in Italia, vorrebbe poter rimanere qui. “Ci sentiamo al sicuro, un domani vorremmo poter avere un lavoro e restare qui. Ai nostri fratelli diciamo di fare attenzione, quelle persone non hanno scrupoli, sono disposti a tutto pur di avere soldi”.

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