Mercoledì, 12 Maggio 2021
Cronaca

Simone Cristicchi porta al Bobbio la storia di un “Cristo italiano”

Il cantastorie di "Magazzino 18" parla del suo nuovo spettacolo e di Trieste, di cui ha la cittadinanza onoraria: "Una soddisfazione più grande della vittoria a Sanremo"

Foto di Massimo Battista

Il “cantattore” Simone Cristicchi è tornato a Trieste: altro palco, altra storia. Dopo aver portato l’esodo giuliano-dalmata al Rossetti con “Magazzino 18” (17mila spettatori in 3 anni), ieri è stata la volta de “Il secondo figlio di Dio”, un “messia” italiano nella toscana del Risorgimento. Stavolta al teatro Bobbio, dove il cantastorie ha ricreato una campagna arretrata poco dopo l’unità d’Italia, utilizzando solo la sua voce e un oggetto di scena "multifunzione": un carro in grado di diventare una chiesa, un campo di gigli, uno scranno papale e molto altro, una creazione dello scenografo Domenico Franchi. Il tutto coordinato dalla regia di Antonio Calenda. 

Anche stavolta, come in “Magazzino 18”, Cristicchi ha scovato un fatto realmente accaduto, di grande impatto emotivo e storico, eppure conosciuto da troppo pochi. La storia è quella di David Lazzaretti, il “Cristo dell’Amiata”, un carrettiere che, guidato da mistiche visioni, fonda una chiesa alternativa in grado di smuovere le folle e creare comunità autonome fondate sull’amore universale e la buona volontà. 
Un personaggio inviso ai poteri forti: un socialista ante litteram nel nome di Cristo e foriero di un messaggio “troppo” rivoluzionario: «Tutti devono lavorare e mangiare allo stesso modo, come le api: il primo grande libro sacro è la natura». Frasi che lo porteranno alla fama internazionale, all’appoggio di mecenati illuminati e, ovviamente, alla morte per mano delle istituzioni italiane. Sarà un carabiniere a mettere fine alla sua vita, e a raccontarla sul palco.
Simone Cristicchi, che lo interpreta, ci parla di questa storia e dell’inevitabile risonanza con la nostra Italia, con lui stesso, con noi tutti. 

Nel “Secondo figlio di Dio” descriverai un’Italia ottocentesca che “va di male in peggio”. È qualcosa di molto simile a quello che sta accadendo ora: crisi di senso, povertà, perdita d’identità. E anche adesso, per reazione, nascono movimenti comunitari legati alla terra e improntati all’ecosostenibilità. Quanto è attuale questa storia?
«Mi ci sono avvicinato perché mi ha colpito l’enciclica “Laudato sii” di Papa Francesco. Da non cattolico ho notato che le teorie di Lazzaretti ritornano attuali, come Francesco lui era attento agli ultimi e ai diseredati nel mondo. C’è anche l’attenzione verso la necessità di ritornare alle grandi domande dell’esistenza, dopo il consumismo esasperato e il virtuale che prende il posto del reale. Siamo a un punto di non ritorno e alla vigilia di una piccola rivoluzione che ci farà tornare sui nostri passi. Il vero rivoluzionario sarà quello che si siederà a tavola e guarderà  negli occhi chi gli sta davanti. Una ricerca spirituale affiancata a quella materiale: David inventa una sorta di logo, due C con una croce greca nel mezzo, a simboleggiare l’equilibrio tra spirito e materia, l’unica strada verso l’evoluzione e quella che io stesso cerco di seguire».

Anche tu sei alla ricerca di storie legate al territorio e alle persone reali e anche tu hai una vena “rivoluzionaria”. Perfino il tuo cognome si sposa bene con il concetto di “secondo figlio di Dio” (Cristo-Cristicchi). Al di là dell’assonanza, quanto ti senti legato a questo tipo di personaggi?
«Anche Lazzaretti, in effetti, somiglia a “piccolo Lazzaro”: di lui mi hanno affascinato le idee che hanno anticipato grandi conquiste: il voto alle donne, l’istruzione gratuita per tutti, questa forma di cooperativa sociale. Poi è arrivato il pensiero teologico che si rifà allo gnosticismo cristiano, la più grande eresia, comune a Campanella e Giordano Bruno. Quello che spaventa è il senso della divinità insita in ogni uomo: dentro di noi c’è una scintilla divina che permette di  plasmare realtà, ognuno di noi, anche solo votando, riesce a operare dei piccoli cambiamenti. Un risveglio interiore di consapevolezza sulle nostre potenzialità e sul sentirsi parte di una rete più grande che non è quella virtuale ma quella umana, fatta di opere buone e di tenerezza. Alla base c’è anche un mio personale studio delle religioni, dell’esoterismo e dell’ermetismo, pur restando coi piedi per terra».

Per Magazzino 18 hai ricevuto sia contestazioni che la cittadinanza onoraria di Trieste: ti capita spesso di innescare reazioni così contrastanti o è stato solo in questo caso?
«Anche con il brano “Ti regalerò una rosa”, che ho portato a Sanremo, alcuni psichiatri mi hanno contestato il “suicidio” del protagonista, ma sono stato frainteso. Più che un suicidio era un volo verso la libertà e la dignità, quando un lavoro artistico è complesso le interpretazioni sono più d’una, e alcune possono non piacere. Tornando a Magazzino 18, secondo alcuni c’erano errori interpretativi, quando in realtà mi sono documentato a fondo e il testo è stato revisionato da molti esperti. In ogni caso la nostra non voleva essere una lezione di storia ma un racconto da una prospettiva precisa: quella degli ultimi e di chi ha più sofferto, ovviamente la visione è parziale. Quando si parla di un dolore non bisogna sporcarlo con valutazioni politiche. Abbiamo fatto anche una piccola tournée in Istria, tra la comunità dei rimasti, e anche lì mi è stato chiesto:  “Perché non hai raccontato anche la nostra storia?”. In quel caso sarebbe stato uno spettacolo diverso, sarebbe stato necessario più tempo».

Ora che sei cittadino onorario, ti senti un po’ a casa quando vieni a Trieste?
«Da molto prima, ho subito sentito un legame fortissimo con Trieste, una città che pur coi suoi dissidi e contrasti interni ti dà un’onorificenza del genere è una grande soddisfazione, significa aver fatto breccia nella comunità vera e propria. Il primo a credere in me è stato Antonio Calenda, che ha curato anche la regia di “Magazzino 18” con un grande atto di coraggio. Lui è un genio, un poeta che ha delle visioni e le mette in scena con grande maestria. Ha fatto di me un vero e proprio attore senza farmi perdere la spontaneità. Anche grazie a lui è arrivata la grande accoglienza di Trieste e la cittadinanza onoraria, un riconoscimento che per me è stato più importante della vittoria a Sanremo».

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