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Stop a Gioco del Rispetto, Davide Zotti: «Costituzione tutela la libertà di insegnamento del docente»

Lo rielva in una nota il docente Davide Zotti: «Atto arrgogante, il "Gioco del rispetto" continuerà a vivere nelle scuole, se gli insegnanti lo riterranno utile, spiegandone le ragioni alle famiglie»

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TriestePrima

Gentile Sindaco Roberto Dipiazza,
purtroppo non mi ha sorpreso la notizia che la Giunta del Comune di Trieste all’unanimità abbia deliberato la “cessazione con effetto immediato” del progetto legato al “Gioco del rispetto”. Lei lo aveva annunciato più volte in campagna elettorale e lo aveva dichiarato ufficialmente nelle sue linee programmatiche esposte agli inizi di luglio. Non sorprende nemmeno la rapidità di questa decisione su questo tema, che deve particolarmente starle a cuore. Ovviamente sono curioso di leggere le motivazioni, presumo di carattere didattico-educativo, che stanno alla base di tale scelta. Nel frattempo mi permetto di fare alcune considerazioni.

Prima di tutto, come indicato nel comunicato stampa, è stato eliminato il progetto non certo il “Gioco del rispetto”. Senza dubbio lei ha fatto ritirare i 30 kit presenti nelle scuole, come fece analogamente un anno fa il sindaco di Venezia, Brugnaro, imponendo il ritiro dei libri legati al progetto “Leggere senza stereotipi”. Però, interrompendo un progetto, non si impedisce certo la circolazione e l’utilizzo degli strumenti didattici da esso previsti, se questi si sono rivelati utili. I libri “messi all’indice” da Brugnaro continuano ad essere letti nelle scuole dai bambini, così come il “Gioco del rispetto” continuerà ad essere utilizzato nelle scuole comunali e statali di Trieste, e non solo.

L’articolo 33 della Costituzione e il primo articolo del Testo Unico della scuola (Decreto Legislativo 297/94), che tutelano la libertà di insegnamento e l’autonomia didattica del docente, sono sempre in vigore e garantiscono le condizioni affinché la scuola sia luogo di confronto, di cambiamento e di innovazione. E per fortuna lei e la sua Giunta non potete certo farli “cessare”. davide zotti-2

Indubbiamente il messaggio che lei e la sua Giunta avete dato è molto chiaro ma la scuola, così come è venuta a delinearsi fin dagli anni Settanta, attraverso norme e pratiche educative, ha sempre messo in discussione stereotipi, verità che si ritenevano assolute, valori, metodi e strumenti didattici. Basti pensare all’integrazione e all’inserimento nelle classi degli studenti con disabilità (o con handicap, come si diceva allora). Un processo complesso ma inesorabile, nonostante fosse fortemente osteggiato all’inizio da molte famiglie, ma che portò ad ottimi risultati tanto che l’Italia divenne un modello in Europa in questo settore. Penso al numero sempre maggiore di ragazze che nel tempo, superando stereotipi e pregiudizi, hanno scelto scuole ad indirizzo tecnico o professionale, un tempo riservate al mondo maschile, sebbene ci sia ancora molto strada da fare per garantire alle studentesse la piena libertà di scelta di una scuola o di una facoltà universitaria. Senza andare molto lontano, un tempo molte famiglie non ritenevano necessario che le proprie figlie proseguissero gli studi.

Se mi è concesso un ricordo personale, penso alla mia maestra che a metà degli anni Settanta insegnò a noi, sia alunni che alunne, a creare piccoli lavori con l’uncinetto e il traforo, attività allora rigidamente distinte per genere. Per noi era un gioco, ma era prima di tutto un’attività didattica che ci faceva stare insieme, ci metteva alla prova nella decostruzione degli stereotipi e guidava la nostra manualità fine, perché quando le mani lavorano bene, il cervello funziona, e viceversa. Anche allora alcune famiglie non erano d’accordo che i loro figli maschi lavorassero all’uncinetto, ma la maestra andò avanti, ci fece lavorare e tutti fummo contenti dei nostri prodotti.
Chi lavora nel mondo della scuola, conosce bene quanto impegno, esperienza, sperimentazione, discussione richieda qualsiasi proposta educativa, che va pensata, progettata, attuata e verificata, per migliorarla, per cambiarla o per accantonarla, se ci si rende conto che non ha funzionato. Le soluzioni veloci a scuola non funzionano, perché i bambini e i ragazzi hanno bisogno di tempo, così come gli insegnanti hanno bisogno di tempo per confrontarsi, per capire e per correggere il proprio lavoro. Un lavoro che poggia su studi, conoscenze e tanta esperienza. 

La scelta, sua e della Giunta, di far cessare “con effetto immediato” un’esperienza educativa sicuramente otterrà dei risultati politici ma a me fa venire in mente l’immagine di un elefante che si muove in un negozio di cristalli. E il mondo della scuola richiede invece attenzione e cura. Molti bambini hanno fatto quel gioco in un luogo significativo come la scuola, hanno imparato che il rispetto può nascere dal riconoscimento delle scelte dell’altro, anche quando queste non coincidono con le proprie, ma soprattutto i bambini di quelle cinque scuole hanno giocato con le loro maestre che hanno proposto quella attività, frutto di riflessione pedagogica, didattica e scientifica.

Proibire libri o giochi, utilizzati dagli insegnanti a scuola, non solo è un atto arrogante ma denota una scarsa confidenza con le pratiche educative, a cui sono estranei sia l’imposizione che il divieto. Il “Gioco del rispetto” continuerà a vivere nelle scuole, se gli insegnanti lo riterranno utile, spiegandone le ragioni alle famiglie. E altri giochi ancora i bambini faranno a scuola per superare gli stereotipi di genere, che ancora oggi in Italia impediscono a bambine e bambini di crescere in piena armonia con se stessi e con gli altri.
Nessuna “cessazione con effetto immediato” può fermare il percorso per la piena uguaglianza e il rispetto tra uomini e donne.

Davide Zotti, insegnante
 

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