Mercoledì, 17 Luglio 2024
L'operazione the end

Business sui migranti, decapitata cellula di trafficanti albanesi, raffica di arresti

Oltre 30 gli indagati nell'operazione condotta dalla Squadra mobile della questura di Trieste e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo giuliano. Numerosi gli arresti. Ai bimbi veniva somministrato sonnifero così da non farli piangere. Collaborazione transfrontaliera con la Slovenia. Un giro di introiti mostruoso, con molti dei soggetti residenti in pianta stabile in città. Il "boss", come spiegato dalla Procura, si chiama Fitim Miftarai, 23 anni

TRIESTE – Una cellula composta da oltre trenta trafficanti di esseri umani, tutti di origine o kosovara o albanese e molti dei quali stabilmente residenti a Trieste, gestiva un business di “enormi introiti” organizzando decine e decine di viaggi tra la nostra città e il confine sloveno-croato per trasportare illegalmente i migranti in Italia. Trentadue gli episodi documentati negli undici mesi di indagini preliminari condotte dalla Squadra mobile del capoluogo regionale e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura giuliana, sotto la direzione del sostituto procuratore Massimo De Bortoli. Un’operazione denominata “The end”, a sottolineare la decapitazione di una vera e propria associazione, di base a Trieste, afferente alla famiglia Miftaraj. Il boss – ovvero il “soggetto apicale”, così definito dagli inquirenti nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Trieste nella mattinata di oggi 28 giugno – risponde al nome, come detto da De Bortoli, di Fitim Myftaraj detto "Fiti" (23 anni), finito in carcere assieme ad altri soggetti indagati.  

Cellule lungo la rotta, macchine veloci e spostamenti rapidi

Duecentonovanta le pagine dell’ordinanza, all’interno della quale la procura ha ipotizzato una serie di reati e chiesto – ed ottenuto – decine di capi di imputazione, tra i quali l'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La banda, residente in diversi rioni della città (sia in periferia che in centro), è stata colpita da una trentina di ordinanze di misure cautelari, tra carcere, arresti domiciliari e altre misure di minore entità come l'obbligo di presentazione. Tredici gli arresti. La collaborazione con gli organi di polizia della Slovenia (in particolar modo della questura di Capodistria) ha di fatto permesso di perimetrare l’areale di competenza della cellula albanese. Macchine veloci e di grossa cilindrata (furgoni, ma anche Bmw e Range Rover, tra le altre), per compiere “anche due viaggi a notte”, come ha ricordato De Bortoli. “Spostamenti anomali di autovetture che partivano da Trieste, arrivavano nella zona di Pomjan (nell'Istria slovena), facendo salire i migranti a bordo e poi, una volta rientrati in città, li scaricavano in periferia”. Tra i 200 e i 250 euro a testa, pagati non dagli stessi migranti alla famiglia Myftaraj, ma da un’altra cellula dell'organizzazione alla banda residente a Trieste, con cui gli albanesi sarebbero stati in contatto. 

Il libro mastro e i brogliacci sequestrati

L’ennesima conferma di una struttura piramidale, dove le cellule sono tutte legate tra loro, dal punto di partenza (paesi come l’Afghanistan, il Pakistan o il Bangladesh) all’arrivo. “Un vero e proprio vaso di Pandora” come l’ha definito De Bortoli, all’interno del quale trova spazio il coinvolgimento anche della moglie e della sorella del soggetto apicale, definita dagli inquirenti “la cassiera del gruppo”. “Arrivavano, bussavano alla porta, si facevano dare 200 o 300 euro per fare benzina e altre spese, e alla fine veniva consegnato loro il denaro contante”. In una delle abitazioni sottoposte a perquisizione sono stati trovati dei “brogliacci” ed anche “un libro mastro”. Insomma, una vera e propria organizzazione capace di muovere moltissimi soldi, sfruttando le persone provenienti dalla rotta balcanica.

Un giro milionario

Gli episodi segnalati sono oltre 30 ma, come riferito da De Bortoli, saranno stati molti di più. “Non è l’unico gruppo che lavora in zona – ha sottolineato il neoprocuratore di Gorizia -, ce ne saranno altri ma questa operazione rappresenta un segnale”. Il business, come già ricordato, è “significativo” anche per gli interessi dietro alla gestione. “Il fenomeno ha subito anche una lotta intestina – sempre De Bortoli – perché alcuni membri hanno cercato di mettersi in proprio, a lavorare da soli”. Le bande, a quel punto, intendevano mettere in atto dei veri e propri regolamenti di conti, con le bande che “si affrontavano di notte, armati di spranghe, bastoni e mazze da baseball, in diverse zone della città e spesso fermati dalla polizia”. Un giro d'affari mostruoso. 

La collaborazione transnazionale

Per questo motivo sono stati aperti una serie di piccoli fascicoli satellite, come li hanno definiti gli inquirenti. Un aspetto importante sottolineato durante la conferenza stampa è quello legato alla collaborazione transfrontaliera. Nell’operazione sono state chieste rogatorie internazionali, anche per il fatto che alcuni soggetti sono stati fermati in Kosovo e in Albania. Ed era diretto proprio a Tirana uno dei componenti della banda fermati all’aeroporto di Ronchi dei legionari, intento ad imbarcarsi sul volo verso il Paese di origine. “Aveva già il biglietto, abbiamo dovuto chiedere al gip l’aggravamento della misura, così da giustificare la notifica dell’ordinanza e il fermo”. Una cellula presente sul territorio, che come le associazioni criminali, gestiva soldi e traffico anche e soprattutto per conto dei vertici. “I soldi vengono da chi dà loro l’incarico – ha concluso De Bortoli – e gli ordina di portare ai migranti cibo, vestiti ed altro. E’ un servizio vero e proprio”. L’indagine potrebbe allargarsi ed è significativo che, nel corso dell’ultimo periodo – anche in virtù dell’operazione della DDA di Catanzaro – siano stati messi a segno diversi colpi. “Non è finita – ha detto Antonio De Nicolo, procuratore capo di Trieste – qualcuno potrebbe anche parlare” creando il fenomeno dei pentiti del traffico di esseri umani. Chissà.

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