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Emigrazione, poco lavoro e l'emorragia che non si ferma: come Trieste ha perso 70mila abitanti in 50 anni

L'analisi non riguarda solo le categorie socioeconomiche, ma anche le scelte delle classi dirigenti, l'assurda volontà di continuare a costruire edifici, gli oltre 10mila appartamenti sfitti e chi più ne ha più ne metta. Un quadro preoccupante iniziato negli anni Settanta

Il decremento demografico di Trieste fa segnare l’ennesimo record negativo, eppure a Trieste si continuano a costruire edifici residenziali. Dopo aver perso circa 20mila persone negli ultimi 25 anni, il capoluogo del Friuli Venezia Giulia torna sotto i 200mila residenti per la prima volta dall’inizio del Novecento. Il triste primato è il frutto di una perpetua emigrazione verso l’estero, dell’assenza di lavoro ed un conseguente crollo delle nascite, fattori che disegnano il sempre più preoccupante rischio di sprofondare in un vortice pressoché perpetuo. In tutto questo, se lo chiedono in molti, la politica cosa fa?

La posizione del Comune: le parole dell'assessore   

“Il tema rappresenta l’appuntamento con il futuro di questa città – così l’assessore ai Servizi Demografici del Comune di Trieste, Michele Lobianco – e le chance vanno colte nel presente facendo leva sulle aree di trasformazione presenti sul territorio. L’industria green, ma ad esempio anche le aziende che operano nel medicale, potrebbero trovare spazio nelle zone di cui disponiamo sul territorio”. La visione “più ampia” indicata da Lobianco andrebbe nella direzione di un “nuovo corso fatto anche e soprattutto di nuovi insediamenti”. La frontiera degli anni che verranno, però, al momento resta incagliata anche in virtù dei tempi che corrono e delle classi dirigenti non sempre all'altezza dei cambiamenti. Un tempo era la presenza industriale a rappresentare il principale attrattore verso Trieste. Cosa succede oggi?

Trieste, A.D. 2021 

Nel 2021, stretta tra gli oltre 10mila appartamenti sfitti e l'assurdità di ruspe che continuano a costruire, la città soffre una flessione della curva che getta oscuri presagi sul futuro. Tuttavia, sarebbe riduttivo inserire la sua discesa demografica esclusivamente nel vistoso calo registrato negli ultimi tre decenni. Il vortice, infatti, ha inizio dagli anni Settanta in poi. “Comprese le frazioni – racconta lo storico Roberto Spazzali – Trieste passa dai 157mila abitanti del 1890 ai 229mila del 1910, un boom demografico che trasforma la città in un vero e proprio formicaio”. L’espansione economico-industriale cittadina richiede manodopera specializzata e professionalità necessarie. “La costruzione della Transalpina e la realizzazione della Ferriera (solo per citare due esempi ndr) attraggono migliaia di operai che, per buona parte, sono provenienti dai territori dell’Impero”. Dai territori italiani giungono regnicoli soprattutto dall’area adriatica. “Pugliesi, marchigiani, romagnoli, ma anche veneti e lombardi”. 

Dal 1900 al tetto dei 270 mila: l'inizio del declino

Scorrendo la cronologia demografica basata sui dati ufficiali dei censimenti effettuati durante il XX secolo, Trieste tocca per la prima volta i 200mila abitanti tra il 1900 ed il 1910. Dopo sei secoli di dominio asburgico, il passaggio della città al Regno d’Italia intensifica il flusso di italiani verso il capoluogo della Venezia Giulia. Nel 1921 gli abitanti sono già 238mila, numero che dieci anni dopo tocca per la prima volta nella sua storia il quarto di milione. La leggera flessione registrata nel 1936 (gli abitanti risultano essere 248mila ndr) e la seconda guerra mondiale, fanno sì che i precedenti ritmi di crescita tornino a manifestarsi appena nel 1951, quando la città arriva a contare ben 272mila abitanti. 

La città cambia volto: la fuga in Australia, l'arrivo degli esuli istriani

Il muro dei 250mila residenti viene così abbattuto, dove l’immigrazione fa la parte del leone portando con sé non solo l’aumento della popolazione, ma anche significativi stravolgimenti dal punto di vista sia socioeconomico che culturale. La finestra di tempo che conduce all’inizio degli anni Sessanta è infatti quella più complessa sul fronte demografico. Nel secondo dopoguerra, quasi 20mila triestini decidono di emigrare verso l’estero, con migliaia di residenti che s’imbarcano sulle navi dirette in Australia. Dopo il 1954 (anno della firma del Memorandum di Londra che consegna la città all'Italia e la zona B alla Jugoslavia ndr), Trieste “accoglie” tra le 60 e le 80mila esuli istriani, per la maggior parte provenienti dall'area appena passata sotto la sovranità di Belgrado. 

Chi viene e chi va: e la politica? 

Un lasso di tempo in cui il capoluogo del Friuli Venezia Giulia cambia letteralmente volto, non solo in virtù della provenienza geografica dei nuovi arrivati: su quelle navi salgono operai dei cantieri, una certa classe media e un proletariato professionalmente attivo; dall’altro lato arrivano a Trieste migliaia di persone nate e vissute in campagna e una minima parte della borghesia istriana. La maggior parte, secondo gli studiosi, viene assimilata velocemente dalla città e diventa appetibile bacino elettorale per la Democrazia Cristiana, i socialdemocratici, in parte il Partito Socialista e il Movimento Sociale Italiano. 

Suona il campanello d'allarme: per chi costruiamo? 

“Trieste assorbe tutto come una spugna – sempre Spazzali – ma c’è un dato che va analizzato con precisione: già nel 1958 - causa la recessione, la fine dei soldi del piano Marshall e dei finanziamenti italiani – iniziano i primi scioperi e manifestazioni di piazza conseguenti ai primi fallimenti e alle improvvise chiusure industriali, anticipazione di ciò che succederà in Italia 15-20 anni più tardi”. Dal 1961 in poi il numero dei residenti in città inizia a calare. Dieci anni dopo i triestini sono già 271mila e nel 1981 “spariscono” quasi 20mila abitanti (sono 252mila ndr).

Gli ultimi 30 anni: il fallimento

All’alba di Tangentopoli la città “crolla” e tocca i 230mila abitanti, mentre nel 2001 i residenti sono ancora 20mila in meno. Nonostante tra il 2011 ed oggi il decremento sia minore rispetto ai decenni precedenti, Trieste tocca con mano l’inarrestabile spopolamento urbano e “festeggia” il 2021 con i fuochi d’artificio che decretano la sconfitta. In 50 anni la città ha perso oltre 70mila abitanti. Sullo sfondo, l’edilizia continua a far colare il cemento e le agenzie immobiliari a vendere appartamenti nuovi di zecca. Se a guadagnarci da questa operazione non sono certamente i triestini, la domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: per chi costruiamo? 

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