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Cinesi e turchi a nord, italiani e triestini a sud: ecco la mappa del "nuovo" Borgo Teresiano

Quasi il 15 per cento delle attività è gestito da stranieri, di cui quasi il 10 per cento proviene dalla Cina. Tra gli italiani prevalgono gli imprenditori nostrani, ma anche veneti, emiliani e napoletani. Siamo andati a vedere come è cambiata la zona che dalla stazione va fino al corso Italia. L'inchiesta di Lucija Slavica e Stefano Mattia Pribetti

Nel Borgo Teresiano poco più del 14 per cento delle attività economiche presenti è gestita da stranieri. Di questi, circa il 10 per cento è rappresentato da imprenditori cinesi che vendono abbigliamento, generi alimentari ed accessori per pc e cellulari. I dati provengono da un’inchiesta realizzata nelle scorse settimane da TriestePrima, che ha "battuto" la zona incontrando gestori di attività e producendo dati interessanti soprattutto dal punto di vista socio-economico. Dalla stazione fino a corso Italia, attraversando le strade sorte dalla bonifica delle antiche saline, l’area è oggi un pullulare di attività più o meno note ai triestini e pressoché sconosciute, invece, a chi viene da fuori. La propensione sempre più commerciale del salotto buono fa sì che il Borgo Teresiano, a differenza di quanto racconta la sua storia, rimanga un po' fuori dalle rotte turistiche, che prediligono rioni come Cavana e, più in generale, la parte vecchia della città.  

Fuori la Jugo, dentro Pechino

Ma i cinesi non sono i soli. Subito dopo troviamo titolari provenienti dai Balcani, dalla Turchia, dal Bangladesh ed una piccola percentuale di altre nazionalità, tra cui Marocco, Russia e Cuba. Risale a circa 40 anni fa la prima attività gestita da cinesi in città, quando il ristorante Grande Shanghai aprì i battenti in piazza Venezia. La storia delle aperture in Borgo Teresiano è invece, come spiega il presidente di Confcommercio Antonio Paoletti, ad eventi più recenti. "Con la crisi del mercato jugoslavo, gli imprenditori cinesi hanno iniziato ad acquisire i magazzini delle attività italiane che si trovavano nel quartiere. Da quel momento c'è stato un netto aumento di passaggi di proprietà, tant'è che la zona attualmente pullula di loro negozi". La comunità cinese ha subito la crisi del fashion, decidendo quindi di diversificare la loro offerta. "Oggi in questa zona – così Paoletti - troviamo sartorie, parrucchieri, negozi di elettronica e ristoranti". 

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Tanti negozi, ma l’abbandono è dappertutto

Partendo dalla stazione e andando verso Ponterosso, il numero delle attività a gestione straniera cala, mentre aumenta quello degli esercizi commerciali a gestione italiana. Provengono da regioni come il Veneto, Emilia-Romagna ma anche dalla Campania. È infatti la zona tra via Ghega e la chiesa Luterana quella ricca di lingue diverse e sapori lontani. Avanzando verso la zona turistica cambia anche l'offerta che se da un lato diventa sempre più ricercata e al passo con i tempi, dall’altro non è per tutte le tasche. C’è poi il nodo abbandono. I locali sfitti sparsi qua e là per tutte le vie del Borgo sono numerosi. Fanno eccezione via XXX Ottobre (grazie alla pedonalizzazione attuata dal Comune nel 2018) e via Trento (riqualificata nel 2015).

L’abbigliamento, un settore attenzionato

Una volta addentrati nel vivo del Canale di Ponterosso, idealmente è come se il Borgo fosse diviso in due: dal lato che guarda verso la Stazione gli esercizi commerciali gestiti da stranieri sono molti di più rispetto all’altro lato, quello verso piazza Unità. In corso Italia e via Mazzini, ad esempio, le catene e le grandi marche si alternano ai negozi storici, magari acquistati decenni fa a prezzi molto più bassi, gestiti da triestini. La prossimità con il salotto buono alza gli affitti, e i locali al piano terra difficilmente sono alla portata di giovani imprenditori che arrivano dall’estero. Affitti che sembrano proibitivi per quasi tutti, tranne per le grandi catene, soprattutto di abbigliamento. Quest’ultimo settore, da molti anni viene menzionato all’interno delle relazioni dell’Antimafia come uno dei preferiti dalla criminalità organizzata che si infiltra in Fvg, per ripulire proventi illeciti e provenienti da affari sporchi.  

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Le particolarità: l’oro di Rescida

Diversi i locali sfitti, soprattutto in via Imbriani, in alcuni casi anche locali storici come l’ex calzaturificio Rosini in via Dante, vuoto dalla fine del 2021, dopo un secolo di attività. I negozi gestiti da persone di nazionalità cinese sul lato opposto del canale si riducono a poche unità. Uno di questi è un curioso negozio di souvenir triestini in via Bellini, in riva al canale stesso, e un altro in via Dante, isolato e quasi nascosto, a pochi passi dalla centralissima piazza Sant’Antonio. Per il resto gli esercizi commerciali in zona sono per la quasi totalità a gestione italiana, con l’eccezione di poche realtà consolidate, dirette soprattutto da cittadini sloveni. Un altro esempio: tra le grandi marche e le boutique inossidabili di Corso Italia troviamo L’oro di Rescida, un ‘compro oro’ gestito dall’omonima signora originaria della Bosnia, che abita in Italia da decenni.

Le storie triestine

Le influenze dall’estero sono anche in grado di portare una ventata di novità e ricchezza culturale: lo dimostrano alcune perle nascoste, come “Little Beetle”, un laboratorio di pittura su ceramica in via Mazzini, gestito da persone di nazionalità bulgara, dove è possibile dipingere in loco il proprio manufatto, mandarlo in cottura e ritirarlo dopo pochi giorni. Tra le tessere che compongono il gigantesco puzzle etnico ci sono anche moltissime storie triestine. Come quella di Gabriella, ex dipendente di banca, che ha deciso di lasciare il posto fisso per dedicare la sua vita alle cornici. Una scelta che le ha regalato un momento indimenticabile: "Ho avuto l'onore di incorniciare due Monet originali. Piccoli, ma autentici - ha raccontato la titolare di Laboratorio cornici di via Valdirivo -. Mi sono stati portati circa 15 anni fa da una coppia veneta”. C'è poi la giovane Francesca che nel novembre 2020, in piena pandemia, ha deciso di aprire in via Torrebianca "Pezzo unico", una sartoria-laboratorio dove è possibile dare una nuova vita ai vestiti che non si utilizzano più. "Credo che nel nostro mondo si stato già prodotto molto. Ho voluto quindi fondere l'aspetto green, ovvero il riuso, a qualcosa che va a toccare l'intimità delle persone".

Viaggio nel cambiamento: il Borgo Teresiano oggi (GUARDA IL VIDEO)

I locali storici

Non mancano le attività che hanno fatto la storia e che oggi sono i testimoni della Trieste di ieri, come lo storico negozio di forniture elettriche Dick in Ponterosso. "Sono qui da 30 anni, ma l'attività è stata aperta alla fine degli anni Cinquanta. Da allora la città è cambiata moltissimo, sia dal punto di vista commerciale che turistico”. Nell'ultimo ventennio nel Borgo sono tante le serrande che si sono alzate, mentre altrettante si sono abbassate. In diversi locali oggi si parlano lingue nuove e gli scaffali sono stati riempiti di prodotti culinari che un tempo potevamo solo immaginare. La città si trasformerà ancora e per vedere il cambiamento bisognerà aspettare. Sarà chi la abita e la vive a cambiare i quartieri o viceversa?

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