Cronaca

Trieste Trasporti: 70 euro di multa ad una ragazza con disabilità, poi ritirata

La madre della ragazza: «Situazioni traumatizzanti e lesive della privacy. Si possono evitare condividendo banche dati online»

Le disabilità sono svariate e molteplici, ognuna di esse ha esigenze diverse ed è compito delle istituzioni e delle aziende al servizio del territorio cercare di incontrarle quando è possibile. Particolarmente delicate si rivelano le disabilità cognitive, quelle definite “invisibili”, di cui è portatrice una ragazza di neanche 16 anni, protagonista di una spiacevole vicenda accaduta sabato 28 gennaio. La giovane viaggiava su un autobus sotto la custodia della sorella e le due, pur avendo diritto alla gratuità in quanto persona con disabilità e accompagnatrice, sono state multate a tariffa piena (142,50 euro in due) perché la prima aveva dimenticato a casa il tesserino. Un controllore particolarmente zelante non ha creduto alla spiegazione della sorella, senza nemmeno riportarla nel verbale come previsto. Questo e altri motivi hanno portato Trieste Trasporti a ritirare la multa.

Così commenta la madre delle due: «Non credo oggettivamente che nessun ragazzo possa inventare una simile questione, imbarazzante per entrambe se non a ragion veduta. Uno dei due controllori infatti, forse con più esperienza, aveva compreso la situazione, immaginando che questi discorsi davanti ad una folla non si fanno certo volentieri e che non poteva trattarsi di una storiella inventata.  Io avevo chiesto tre volte a mia figlia se avesse preso con sé il tesserino (cosa che ha sempre fatto), ma in questi casi una madre non può verificare continuamente le azioni della figlia per non compromettere la sua autostima: la fiducia è essenziale per darle autonomia».

Va anche aggiunto che le cosiddette disabilità “invisibili” (che a volte comportano anche queste dimenticanze) non sono sempre immediatamente verificabili, e i malintesi possono essere frequenti, oltre che traumatizzanti e diseducativi. A questo proposito la madre  ha segnalato la storia con un lungo e visualizzatissimo post su Facebook: «Non certo per creare inultili scandali ma per richiamare l’attenzione su un problema molto condiviso (ho ricevuto almeno 30 messaggi privati di persone che hanno avuto problemi analoghi). Propongo quindi una soluzione a Trieste Trasporti: esistono già delle banche dati che censiscono le persone con disabilità tesserate, non resta che metterle a disposizione dei controllori e degli altri addetti ai lavori affinché possano verificare le generalità di chi si dichiara portatore di invalidità così da individuarne subito abusi e false dichiarazioni. Esistono già le piattaforme online, attraverso cui si possono pagare gli abbonamenti».

«Si potrebbe pensare - specifica la signora - ad un servizio analogo per le persone con disabilità trasformando anche per loro l'abbonamento in un codice a barre salvato sul cellulare della persona beneficiaria del titolo di viaggio o, in assenza di cellulare, (normalmente al seguito di chi è in condizione di svantaggio in quanto portatore di preziose app), basterebbe una semplice banca dati accessibile e senza notizie sanitarie, nel rispetto di quanto determinato sia dalla Regione che dalla leggi in materia. Tutto questo - conclude - eviterebbe scenari come quello che si è verificato: umilianti per il sanzionato e lesivi della privacy. Un fatto che, allo stato attuale delle cose, si sarebbe comunque potuto evitare con una semplice telefonata ai genitori e un grammo in più di sensibilità».

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