La storia

Vittima di violenze per anni, poi la svolta: "Denunciate, uscire dall'incubo si può"

La storia di Olena, trentunenne residente a Trieste che dopo anni di abusi e violenze ha trovato il modo e il coraggio di spezzare le catene. "Dalla violenza si può uscire - racconta -, bisogna rivolgersi al Goap e, soprattutto, fidarsi e seguire alla lettera tutte le loro indicazioni. Voglio che lo sappiano tutte”

TRIESTE - Olena è una donna di 31 anni, ha due bambini piccoli ed è una vittima di violenza di genere. Dopo nove anni di maltrattamenti, ha avuto il coraggio di chiedere aiuto e, grazie al centro antiviolenza Goap, è riuscita a spezzare le sue catene. Quando racconta la sua storia, Olena non sorride. Non è serena. Fuma una sigaretta dietro l’altra per nascondere l'agitazione e la paura. La sua anima trema, ma lo sguardo è più determinato che mai. Per lei ora conta solo una cosa: aiutare le altre vittime di violenza. “Dalla violenza si può uscire - racconta -, bisogna rivolgersi al Goap e, soprattutto, fidarsi e seguire alla lettera tutte le loro indicazioni. Voglio che lo sappiano tutte”. 

La storia iniza sempre uguale

La sua storia di abusi inizia come la maggior parte delle storie, con l’idea di aver trovato l’amore. Lo incontra nel 2010 e da subito quell’uomo, molto più grande di lei, “mi aveva detto che voleva diventassi la madre dei suoi figli”. In poco meno di un anno Olena resta incinta. E' la genesi dell'incubo. “Mi ha picchiata per la prima volta quando ha scoperto che aspettavo un bambino. Voleva che abortissi”. Da quel giorno le violenze si ripetono, una dietro l'altra. “Non sapevo mai cosa aspettarmi. Per due giorni vivevamo in pace e il terzo si ricominciava. Ero sempre agitata e costantemente sotto pressione”. Olena è sola. Si isola dagli amici e non parla con nessuno delle violenze subite. Nemmeno con i suoi genitori. 

La violenza, le scuse, la gelosia

Nel 2017 Olena ha una seconda gravidanza e la situazione precipita. “Mi metteva sempre le mani addosso e io ero diventata così magra che sembravo uno scheletro”. La 31enne racconta di essere stata tenuta sotto pressione fino al parto e che il compagno la teneva costantemente sotto controllo. “Mi inviava messaggi lunghissimi e, una volta rientrato a casa mi teneva sveglia fino alle tre di notte per parlare, litigare e mettermi le mani addosso. Il secondo figlio è nato in anticipo, mentre io ho avuto un’emorragia”. Lui è sempre più possessivo, geloso, violento e manipolatore. “Bastava che io avessi anche un minimo contatto con una persona di sesso maschile, non contava se giovane o anziano, e dentro di lui scattava qualcosa”. Ad ogni schiaffo o insulto seguivano i fiori, le scuse, i “baci sui lividi che avevo sulla schiena”. “Mi manipolava facendomi credere che se lui reagiva in quel modo, la colpa era mia. Era sempre in cerca di conferme. Dovevo dimostrargli che lo amavo. Non potevo uscire in città, né andare al mare. Il Viale era off limits per me, perché era troppo geloso. Potevo solo andare al parco con i figli o alle Torri". 

La prima fuga

Nel 2019 Olena decide di scappare. “Durante l’ennesimo litigio ho sentito mio figlio grande piangere in maniera quasi isterica. Dopo aver tentato di calmarlo, ho preso entrambi i bimbi e li ho portati al parco per tranquillizzarli. Poco dopo lui mi ha minacciata dicendomi che ci avrebbe raggiunti. Non gli interessava se c’erano altre persone”. In quel momento, scatta qualcosa. “Dal rione di Ponziana, ho raggiunto piazza Unità a piedi. Lì ho visto una pattuglia dei carabinieri e mi sono rivolta a loro. Ci hanno portati in caserma, dove ho sporto denuncia e poi al Goap”. “In quel momento mi sono sentita bene perché era la mia prima richiesta d’aiuto. Allo stesso tempo avevo paura, perché in quel periodo ero senza lavoro e temevo che mi avrebbero portato via i figli”. La paura e la diffidenza fa sì che il primo tentativo fallisca. Infatti Olena, dopo aver passato la notte fuori casa, viene contattata dall’ex compagno. Le dice di essere cambiato, di volerla sposare e che devono tornare insieme per il bene dei figli. Olena fa uno degli errori più grandi nelle storie di abuso nelle coppie: si fida. “Le operatrici mi avevano detto di non sentirlo, ma non le ho ascoltate. Ancora oggi mi pento di non averlo fatto”.

Sei vittima di violenza? Rivolgiti al GOAP, ecco come fare

La libertà

La situazione peggiora quando vanno in Romania, perché il compagno di Olena decide di lasciare il figlio più grande dai suoi genitori. Il fatto viene formalizzato anche dal tribunale, "mi ha obbligata a farlo". La 31enne, impotente davanti a questa situazione, si dispera. Nel febbraio 2020, Olena, ormai esausta, si fa coraggio e si rivolge nuovamente al Goap. Questa volta segue alla lettera tutte le indicazioni. Le vengono offerti assistenza psicologica, assistenza legale e un posto dove stare. Allo stesso tempo, nel giugno dello stesso anno, il suo compagno lascia Trieste e va all’estero rendendosi irreperibile. Questo porta a rallentare l’iter processuale e tiene Olena ancora sulle spine.

La rabbia e la paura

Oggi Olena è sposata con un altro uomo. E’ riuscita ad uscire da una storia malata ma ha un unico e grande rimpianto, non essersi fidata fin da subito degli enti e delle istituzioni e non aver raccontato a nessuno la sua storia. “Se solo mi fossi fidata delle operatrici del Goap e se avessi raccontato almeno ai miei genitori quello che stavo subendo, forse avrei evitato tutta una serie di brutti episodi che ho vissuto. Per questo voglio dire a tutte le donne vittime di violenza che c’è una speranza e soprattutto c’è una via d’uscita. Basta andare al Goap”. Purtroppo non ha ancora voltato pagina del tutto.

Le minacce continuano

“Da quando l’ho lasciato, il mio ex continua a minacciare di morte me, i miei genitori e chiunque mi stia accanto. Ci sono diverse denunce”. Inoltre c’è la questione del figlio grande che Olena spera di poter riabbracciare al più presto. “Purtroppo si trova all'estero e la giustizia italiana può fare poco. Voglio rivolgermi all’ambasciata e i servizi sociali, sperando che possano aiutarmi”. Restano infine i fantasmi del passato. “Ho ancora paura. Quando sento qualcuno che alza la voce o litiga, sento una fitta e inizio a piangere. Sono molto stanca e ancora oggi sono arrabbiata con me stessa per non aver agito prima”. 

La giornalista Lucija Slavica ha mantenuto il nome di Olena dopo una richiesta avanzata espressamente dalla stessa trentunenne affinché la sua storia si sappia e possa essere di ispirazione anche per altre donne vittime di violenza di genere. 

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