Sabato, 13 Luglio 2024
Musicisti triestini

Dal live a San Giusto al tour negli States: intervista al fenomeno triestino 40 Fingers

I quattro chitarristi triestini si esibiranno al castello alle 21 sabato 29 luglio, poi partiranno per un tour negli Usa. Un successo rapido e internazionale che passa per il plauso dei Queen e le collaborazioni con Andy Summers dei Police e Andrea Bocelli. L'intervista con una delle quattro anime dei 40 Fingers Matteo Brenci

TRIESTE - Quattro triestini virtuosi della chitarra, un progetto nato pochi anni fa che già si prepara ad affrontare un ricco tour negli States, oltre che in Europa e in Italia, e ha ricevuto il plauso delle band che hanno plasmato la storia del rock, come i Queen e i Police: parliamo dei 40 Fingers, quartetto di chitarre composto da Matteo Brenci, Emanuele Grafitti, Andrea Vittori ed Enrico Maria Milanesi, che si esibirà a castello di San Giusto sabato 29 luglio alle 21:00, nell’ambito della rassegna Trieste Estate.

Le loro cover sono diventate virali sul web, da Hotel California a Libertango passando per Bohemian Rhapsody e le grandi colonne sonore come Game of Thrones, Harry Potter e l’Ultimo dei Mohicani, senza dimenticare i loro inediti, che non mancano nelle innumerevoli esibizioni live. Oltre all’indiscutibile talento e a una formazione rigorosa, a fare la differenza in queste performance è la creatività e la capacità di rimodellare melodie popolari in una veste inedita, fondendo svariati generi e tecniche insolite tra cui il fingerpicking. Il tutto senza perdere quell’immediatezza che ha permesso loro di conquistare milioni di visualizzazioni sul web. Abbiamo chiesto a Matteo Brenci, una delle quattro anime dei 40 Fingers, qualche particolare in più sul loro percorso.

Siete nati pochi anni fa e tra poco vi esibirete in una decina di date negli Usa, come si spiega un così rapido successo?

“Sicuramente è merito del potere della rete. Abbiamo iniziato nel 2017, poi c’è stata la pandemia ma il progetto non si è mai fermato e abbiamo iniziato a pubblicare dei video regolarmente. La cover di Bohemian Rhapsody, visto anche il successo del film, ha avuto un grande successo dopo essere stata ripostata sul sito dei Queen. Questo sicuramente ci ha dato una grande spinta”.

Avete più successo all’estero o in Italia?

“Siamo seguiti da un gruppo formato soprattutto da stranieri, infatti siamo spesso all’estero e non ci saremmo mai aspettati che il tour statunitense (tappa importantissima per un musicista) sarebbe arrivato così presto. Forse è un progetto che può funzionare più all’estero, visto che fuori dall’Italia c’è più apertura verso le band strumentali. Per questo è stato un progetto nato più per gioco, da cui non ci saremmo mai aspettati un feedback del genere, ora speriamo di farlo durare nel tempo e farlo crescere anche in Italia”.

Oltre ai Queen, avete avuto altre soddisfazioni da illustri autori di una vostra cover?

“Abbiamo avuto un bellissimo contatto con Andy Summers dei Police, che ha sentito la nostra cover di Message in a bottle, e abbiamo portato avanti una collaborazione per il video di Bring on the night, in una versione con cinque chitarre insieme allo stesso Andy. Poi l’anno scorso abbiamo avuto l’occasione di partecipare al documentario The Journey, con Andrea Bocelli, in cui abbiamo interpretato Hallelujah di Leonard Cohen insieme a lui e a Tori Kelly, un grande nome del folk pop statunitense”.

Come fate a riunire tanti generi diversi in un macrogenere tutto vostro?

“Avendo a disposizione tante chitarre è possibile creare una piccola orchestra e gestirla come se fosse un quartetto d’archi e sperimentare sonorità che con due chitarre sarebbe impossibile creare. I nostri background sono diversi e c’è una grandissima contaminazione tra generi differenti tra folk, pop irlandese o spagnoleggiante, inoltre inseriamo le percussioni che, specialmente dal vivo, danno l’impressione di sentire una rock band, non un concerto di chitarre acustiche”.

La scena musicale triestina è piena di progetti originali e interessanti, come se ci fosse un humus culturale in grado di favorire una sorta di autonomia di pensiero. Siete d’accordo?

“Certo, già da prima che nascessero i 40 Fingers, a Trieste c’erano tantissime band di generi sperimentali e diversi tra loro, forse perché Trieste è, in una certa misura, distaccata dal resto d’Italia, e non segue gli standard musicali del resto del paese come la trap e il rap milanese. Qui sentiamo invece più influenze dall’estero e dai paesi vicini. Siamo più inclini ad ascoltare e sperimentare che a seguire i canoni della scena mainstream”.

Cosa manca, invece, a Trieste?

“La pecca di Trieste è che mancano realtà dove poter portare la musica, l’impressione è che la città si svegli d’estate, ma nel resto dell’anno sono scomparsi i posti dove si poteva suonare dal vivo, come il Tetris e l’Etnoblog. Una tipologia di locali che all’estero trovi. Questa città dà spazio alla nascita di tantissimi progetti che, però, non riescono a uscire da Trieste, infatti siamo sorpresi e doppiamente felici per il nostro percorso”.

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