Ezio Bosso al Verdi: “Amo Trieste: persone gentili e schiette, e una luce che mi appartiene” (INTERVISTA)

Ha imparato a suonare a 4 anni, come Mozart, ha esordito come solista a 16, e appena ventenne ha iniziato a esibirsi come pianista e direttore d’orchestra nei palcoscenici di tutto il mondo, dalla Sidney Opera House alla Carnagie Hall di New York fino al Teatro Colón di Buenos Aires. Il suo recente tour “The 12th room – 12 stanze” ha registrato più di 100000 spettatori, uno degli eventi più popolari in assoluto legati alla musica classica e sinfonica, e ha incantato il grande pubblico con la sua esibizione a Sanremo nel 2016. Parliamo del maestro Ezio Bosso che domenica 10 settembre (alle 20:30) calcherà il palco del Verdi dove eseguirà alcuni suoi brani originali e altri di Beethoven per la serata inaugurale della stagione 2017-2018.

Una lunga storia d’amore con la musica, quella di Bosso, iniziata a 4 anni e messa duramente alla prova al 40esimo anno di età. Nel 2011 l’intervento chirurgico al cervello, e la successiva sindrome neurodegenerativa che gli ha impedito di suonare e dirigere per diversi anni. E poi la riabilitazione, la forza di volontà che gli ha permesso di riapprendere il linguaggio della musica, prima attraverso il pianoforte fino a riacquistare la capacità di dirigere un’intera orchestra dopo 7 anni di pausa.

Enorme l’ovazione dopo la sua presenza al festival nazional-popolare, un’esperienza di cui non parla volentieri: «Non vivo per il successo ma per la musica, non vado quasi mai in tv. Non sono andato a Sanremo per presentare una situazione, una malattia o la mia persona, ma per far capire alla gente che non esistono solo le canzonette: per me la musica è una missione e sicuramente quell’esperienza mi ha aiutato a diffonderla. Però i miei veri affetti, quelli che mi hanno spronato ad arrivare fin qui, li ho trovati ben prima di Sanremo».

Uno di questi è Gabriele Salvatores, per cui ha firmato tre colonne sonore tra cui “Il ragazzo invisibile”, ambientato a Trieste. Non è la prima volta che questa città fa da sfondo alla sua musica.
«Gabriele per me è come un fratello maggiore, mi ha chiesto una melodia in dono per quella storia e sono stato felice di farlo. A Trieste dovrebbero girare molti più film perché è una città meravigliosa, dove potrei anche vivere. Ci sono le cose della mia gioventù perché c’è una parte che mi ricorda i miei studi a Vienna, c’è il mare che amo, e poi la gentilezza delle persone, la loro dolcezza e schiettezza. E poi la sua luce, ogni città ne emana una diversa e quella di Trieste è una luce che mi appartiene».

In questo concerto ascolteremo Beethoven e due brani suoi, “Split, postcards from far away” e “Rain in your black eyes”. Cosa significano per lei questi due pezzi e in che modo si abbinano a un repertorio Beethoveniano?
«Io considero Beethoven “il mio babbo”, colui che mi ha insegnato tutto, fosse per me farei solo Beethoven. Il nesso tra l’Ouverture dell’Eleonora III, la settima sinfonia e i miei brani è il concetto di libertà, soprattutto da se stessi. Infatti la sesta e la settima sono preparatorie all’Inno alla gioia e l’Eleonora è un inno all’amore che libera e alla libertà che crea amore. Era il pezzo a cui Beethoven voleva più bene perché veniva maltrattato da tutti, lui era un uomo buono, che tendeva a proteggere, e quindi lo riscrive, senza successo, dopo aver composto la settima, che è la sua sinfonia della liberazione (da tutto, dai pensieri e dalla negatività). Anche “Split, postcards from far away” è stato un pezzo importantissimo nella mia ripresa, proprio per il suo potere liberatorio, che si dispiega nel crescendo finale. È come perdersi nella pioggia, che non significa esserne sommersi ma vuol dire, appunto, liberare se stessi».

Dopo il concerto di domenica che progetti ha?
«Ci sono diversi concerti in programma, ma in questo momento mi sto soprattutto concentrando sullo studio e sul risparmio delle energie in vista di un ulteriore salto in avanti. Spero di dirigere di più e di far conoscere sempre più la musica che amo a chi mi segue».

Il suo penultimo album si intitola “The 12th room - 12 stanze”: le stanze che suddividono la vita di un uomo. Me le descrive?
«Il 12 è il numero della modernità e dell’ancestralità, poi nel periodo classico è diventato 6, ma il 12 regola tutto, 12 sono i pianeti che vediamo ad occhio nudo, 12 sono le note musicale, i mesi e le ore del giorno. Tutto è basato su multipli di 12, ogni cinque 12 c’è un’ora. E c’è anche questa teoria delle 12 stanze, è un numero talmente bello e importante eppure spesso lo diamo per scontato perché 1 e 2 per gli ebrei porta al 3, che è il numero della conseguenza. Anche gli apostoli sono 12. Dico sempre, scherzando, che per i Greci non era così visto che erano sempre occupati a far festa. Le stanze di cui parlo hanno molti significati, sono così importanti per la nostra vita che le diamo anch’esse per scontate. Invece la stanza più importante la troviamo quando ci fermiamo, perché ne abbiamo bisogno o perché siamo costretti. Fermandoci ci “affermiamo” e, come dicevo prima, ci liberiamo. Affermarsi è una cosa bella, ti rendi conto che sei libero. Anche di accogliere gli altri».
 

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