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La recensione

Grande successo per la “Giselle” slovena al Verdi

Applaudita compagnia del Teatro Nazionale di Lubiana rimane ospite fino a domenica 19 maggio

TRIESTE - Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges e Théophile Gautier si sono ispirati alle opere di Heinrich Heine e Victor Hugo per il libretto musicato, poi, da Adolphe-Charles Adam; Jean Coralli e Jules Perot hanno creato le coreografie, e dopo solo un paio di mesi dall'inizio dell'intero processo creativo, il 28 giugno 1841 a Parigi , “Giselle” ha cominciato la sua gloriosa storia. Il trionfo immediato ha reso immortale questo paradigma del romanticismo, destinato a perpetuarsi nei tempi futuri, rigenerato a cavallo del ventesimo secolo dal tocco di Marius Petipa. In quasi due secoli non ha perso alcunché del suo fascino fiabesco e deliziosamente cupo, proprio come le storie di Andersen e dei fratelli Grimm.

Certo, alcuni artisti hanno tentato di conferirgli le vesti moderne con più o meno successo (indimenticabile la struggente visione di Mats Ek), ma è quel concetto originario che immancabilmente funziona e non invecchia, se proposto con competenza ed alti criteri estetici e tecnici. Accontenta pienamente questa premessa l’allestimento realizzato dal Teatro Nazionale Sloveno di Lubiana in coproduzione con Cankarjev Dom, ospite fino a domenica 19 maggio al Teatro Verdi di Trieste. Il coreografo José Carlos Martínez (l’attuale Direttore del Balletto dell’Opéra di Parigi), lo scenografo e costumista Iñaki Cobos Guerrero e l’ideatore delle luci Andrej Hajdinjak, negli argini di un'ottica assolutamente tradizionale, generano uno spettacolo di intenso impatto visivo, capace di rapire nella sua purezza e nell’abilità di comunicare persuasivamente una vicenda basata sulle chimeriche legende popolari slave ed ambientata in un gotico villaggio germanico.

S’insinua alla perfezione in tale quadro il maestro Ayrton Desimpelaere. Con eleganza e acutezza coglie vari aspetti e nuance della partitura, mettendo nettamente in rilievo le distinte atmosfere e sensazioni di entrambi gli atti. Il fraseggio è curato al punto di rendersi un elemento organico del gesto dei ballerini, osservati e seguiti scrupolosamente dal podio. Straordinariamente efficaci risultano le prolungate sospensioni di suono che accentuano e amplificano la dimensione irreale del pas de deux nella foresta incantata. E se Desimpelaere sembra respirare insieme ai due protagonisti - secondo il dettato del pentagramma e del filo narrativo -, l’impressione vale anche al contrario.

I due protagonisti, interamente immersi nella musica e nella drammaturgia dei sentimenti, interpretano i rispettivi personaggi come se mai dovessero tenere di conto le eccezionali esigenze della coreografia, focalizzandosi soprattutto ad animare di emozioni genuine e reali due creature prettamente appartenenti alla fantasia e al mondo delle favole. Tecnicamente impeccabile, Anastasia Matvienko possiede anche quel particolare istinto scenico indispensabile per una Giselle di classe. Nel primo atto è una ragazza infatuata che, tuttavia, presagisce la propria tragedia e, malgrado l’intuito, si immola al proprio amore. Intensamente commovente nella scena della pazzia, diventando una delle villi si trasforma in un’autentica forza incorporea, traslucida, indipendente dalla gravitazione e dai limiti anatomici. La sinuosità dei movimenti evoca l’apparente fluidità dell’aria condensata, e si direbbe che nei sollevamenti il partner non fa che spostare una mera proiezione immaginaria del proprio rimpianto.

Kenta Yamamoto è indubbiamente l’altro artefice di quest’illusione, in cui ogni difficoltà è dissipata e resa con disinvolta lievità. Il suo è un Albrecht inizialmente invero principesco ed in seguito altrettanto disperato, virile, appassionato e inconsolabile, nella misura ottimamente conformata agli ideali tersicorei dell’alto romanticismo. L’empatia con la Matvienko è immacolata. Si distinguono Nina Noć nei panni di un’imperturbabile Myrtha, ammirevole nel suo assolo, e Denis Matvinenko, un Hilarion incisivo anche dal punto di vista istrionico. L’intero cast e il corpo di ballo, infine, si fanno apprezzare senza riserve, se non quella riguardante il numero alquanto scarso dei ballerini di fila in proporzione all’ampiezza del palcoscenico del “Verdi” triestino.

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