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Un'indimenticabile serata al Teatro Verdi con Mischa Maisky

La splendente stella di Maisky esaltata dal maestro Nägele, e dalle prestazioni del Coro e Orchestra del Teatro

Alla fine di una rassegna, di solito gli organizzatori ne illustrano l'importanza sfoggiando i numeri degli eventi, dei partecipanti, dei biglietti venduti. In tale ottica, i due concerti autunnali proposti dal Teatro Verdi certamente non costituiscono una Stagione vera e propria, eppure resteranno lungamente incisi nella memoria di coloro che ci hanno partecipato. La Fondazione lirica triestina ha anteposto in questo caso la qualità alla quantità – una linea da seguire anche in futuro -, con un esito trionfale. 

Sebbene generoso con le esibizioni in tutto il mondo, il settantaquattrenne Mischa Maisky appartiene a quel ristrettissimo cerchio degli artisti sempreverdi, assolutamente infallibili nell'elargire le interpretazioni indimenticabili. Il suo nome tra i protagonisti della seconda serata al “Verdi”, quindi, ne anticipava per molti versi il successo, ma se tutti gli altri ingredienti non fossero all'altezza dell'occasione, l'ammaliante effetto delle esecuzioni sarebbe rimasto incrinato ed incompleto. Dalle prime battute del bellissimo Concerto per violoncello di Dvo?àk, invece, diventa chiaro che il giovanissimo maestro Nikolas Nägele e l'Orchestra del Teatro formano un connubio eccezionalmente riuscito, empatico e reciprocamente rispettoso. 

L'organico splende, porgendo il proprio meglio con squisita maestria e sensibilità, elegantemente spronate dalla bacchetta del trentacinquenne direttore tedesco, un coinvolgente affabulatore, abilissimo nello spaziare tra le infinite sfumature dinamiche, nell'uso dell'agogica e nella costanza della tensione. La narrazione è scrupolosamente rifinita, piena di pulsazioni romantiche, viva e trascinante, gli archi ne sostengono l'armoniosità e fluidità, i fiati, specie la sezione legni, spiccano nei fraseggi assolo. Un preludio impeccabile per il discorso solistico che immediatamente sospende il fiato di tutti i presenti.

Maisky è il sublime poeta del violoncello che difficilmente trova paragoni, un pittore che, usando l'arco, a pennellate di vasto respiro, delinea puntualmente le sensazioni, emozioni, riflessioni, i raccoglimenti introspettivi e le gioie eteree suggerite dalla partitura. La tecnica, fondamentalmente superba, s'insinua nell'eloquio con la naturalezza che illumina l'esegesi di una luce interiore, schiva di effetti superflui e superficiali. Il dialogo con l'orchestra, inoltre, è galvanizzante e la platea, abbandonatasi all'immobilità e al silenzio totali durante il brano, esplode in un tripudio di acclamazioni, la cui intensità e sincerità convincono Maisky a suonare ben tre fuori programma. La freschezza e la spontanea, viscerale profondità delle letture sono un autentico monumento al genio di Bach, soprattutto nella Sarabanda in do minore dedicata al recentemente defunto pianista Nelson Freire. L'atmosfera è palpabilmente incandescente e la seconda parte del concerto decisamente non manca a prolungarne l'effetto.

Estrosamente seguito dall'Orchestra, Nägele asseconda attentamente la scrittura di Richard Strauss nel Poema sinfonico Tod und Veerklärung, impostando un'interpretazione altamente icastica e immediata, mancante però della dimensione trascendentale intesa dall'autore. Senza alcun appunto, si snoda in seguito il Salmo 13 op.24 di Alexander von Zemlinsky, considerato ai primi del '900 l'erede di Strauss e Mahler. Prematuramente scomparso e ingiustamente caduto nell'oblio, il compositore viene risuscitato nella serata triestina grazie ad una particolarmente sentita e potente esecuzione che vede il Coro del “Verdi”, ottimamente preparato da Paolo Longo, nella forma smagliante. Meritatissime le ovazioni prolungate.

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