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"Immortale" Notre Dame de Paris al Rossetti: è ancora standing ovation

Il musical di Luc Plamondon continua a far sognare da più di 20 anni, con le melodie di un maturo Riccardo Cocciante che si lascia influenzare dal rock, dal canto gregoriano, dalle sonorità arabeggianti e molto altro

“Noi siamo gli stranieri, i clandestini. Noi siamo gli esclusi e gli abusivi. O Notre Dame, e noi ti domandiamo asilo”. Fossero stati scritti oggi, questi versi avrebbero già sollevato più di una polemica. Tuttavia parliamo di Notre Dame de Paris, il musical di Luc Plamondon e Riccardo Cocciante, composto in tempi non sospetti, nel lontano 1998, quando l'immigrazione non era ancora l'ago della bilancia nel dibattito politico Italiano. Una grande opera rock che, tornando ai giorni nostri, è tornata ieri al Rossetti con il solito pienone e la meritata standing ovation finale. La trama, com’è noto, si basa sul romanzo di Victor Hugo, l’immortale canto degli oppressi, dei disabili e degli zingari apolidi. 

Gli eroi sono il campanaro gobbo, una ragazza rom e un gruppo di “migranti irregolari” in cerca di asilo. I cattivi sono nel clero e nelle forze dell'ordine, ossia la Guardia degli arcieri reali, il cui capitano prima seduce la bella zingara e poi la manda al patibolo, mentre i clandestini vengono imprigionati e poi “deportati”. Al di là del soggetto, destinato a far discutere nei secoli dei secoli, la musica continua a far sognare da più di 20 anni, con le melodie di un maturo Cocciante che si lascia influenzare dal rock, dal canto gregoriano, dalle sonorità arabeggianti e molto altro.

La platea del Rossetti ha dimostrato grande devozione allo spettacolo, tanto da intonare “Il tempo delle cattedrali” quasi perfettamente in sincrono, accompagnando l’inossidabile Matteo Setti (Gringoire), nel cast dal primo tour italiano del 2002 così come Giò di Tonno (Quasimodo) e Vittorio Matteucci (Frollo), grandi voci e volti ormai inscindibili dai personaggi. Entrate più recenti ma non per questo meno entusiasmanti Elhaida Dani (un’Esmeralda già iconica per molti triestini e non solo), Leonardo di Minno (Clopin) e a sorpresa, al posto dell’annunciato Graziano Galatone nella parte di Febo, Giacomo Salvietti che alcuni ricorderanno per un’apparizione a X Factor. Giovanissimo e acerbo all’epoca, molto sgrezzato oggi e convincente anche nelle tonalità più impervie.

Insieme ai cantanti un esercito di trenta ballerini, breakers e acrobati, statuari al pari dei i gargoyles, che potenziano lo spettacolo con i movimenti e le coreografie di Martino Mueller. Un misto di danza contemporanea, calisthenics, parkour e acrobazie, senza i quali lo spettacolo perderebbe la sua identità di monumentale collage postmoderno. Non facile, per questo motivo, il compito del regista Gilles Maheu, che ha coniugato alla perfezione un così variegato per quanto collaudato caleidoscopio di elementi.

Uno spettacolo tradotto in nove lingue, che ha conquistato 13 milioni di persone e che ha reso ancora più attuale un dramma archetipico. Soprattutto, ci fa percepire anche nel 2020 il “tempo delle cattedrali”, quel medioevo che ci affascina ma ci spaventa, e che a volte ci sembra di vedere alle porte della nostra epoca.

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