Sergej Krylov incanta nel doppio ruolo da solista e direttore d'orchestra

Dopo la memorabile inaugurazione, prosegue eccellentemente l'Attività Artistica Autunno 2020 del Teatro Verdi

Il breve, trasognato, evocativo e vagamente cupo incipit dell'Ouverture-fantasia in si minore “Romeo e Giulietta” di Tschajkovskij, affidato ai due clarinetti e altrettanti fagotti, è stato illuminante: i ricordi dell'evento inaugurale di due settimane fa non si erano ancora dissipati mentre quelle poche battute mettevano in moto una nuova, incantevole carica di emozioni, protrattesi durante l'intera seconda serata della Stagione autunnale del Teatro Verdi. L'ospite di massima caratura, il celeberrimo violinista Sergej Krylov, garantisce il “sold out” grazie all'archeggio che notoriamente oggi trova pochi paragoni nel panorama mondiale, ma una fama alquanto minore accompagna la sua carriera da direttore d'orchestra, intrapresa dodici anni fa.

Ben presto, però, diventa palese che l'artista moscovita appartiene al ristretto cerchio dei musicisti ammirabili quasi equamente nei panni solistici e in quelli da maestro. Nonostante la scrittura del brano implichi una profusione delle notevoli difficoltà per tutte le sezioni, Krylov trascina l'Orchestra del “Verdi” in un'interpretazione profondamente immersa nel genuino stimmung russo, tanto brillante dal punto di vista tecnico quanto sentita, intensa ed accurata nell'evoluzione affabulatoria, sostenuta dalle sonorità  avvolgenti, perfettamente calibrate, omogenei e duttili, incise da un bellissimo timbro nonché da un'opulente gamma coloristica e dinamica. Gli equilibri e la sintonia all'interno dell'organico sono esemplari ed è doveroso evidenziare che da molto tempo non abbiamo sentito la completa sezione di ottoni in tale forma. A questo punto rimaneva una domanda sola: riuscirà Krylov ad ottenere il massimo dalla compagine nel Concerto in mi minore op. 64 di Mendelssohn che lo vede anche come solista?

“Un bravo direttore sa quando lasciare l'orchestra a camminare da sola. Novanta percento del suo lavoro si svolge durante le prove.” Quest'affermazione di Joshua Bell sembra riflettere con sorprendente precisione quello che si poteva osservare sul palcoscenico della Fondazione Lirica triestina: ottimamente preparata da Krylov, l'Orchestra davvero va avanti da sola, con pregevole impegno delle due spalle, Elia Vigolo e Stefano Furini che per l'occasione assume il ruolo di concertino. Il violinista così può abbandonarsi all'esigentissima partitura con immensa sensibilità e vena poetica che distinguono il suo strabiliante virtuosismo il quale, lungi dall'essere un mero florilegio di prodezze tecniche, assume pienamente l'accezione di un potente mezzo espressivo. Lo strumento, di suono ammaliante, canta, parla, respira e sospira, a volte pressoché impercettibilmente, per liberare poi la voce nella cui vellutata ampiezza echeggiano ipnoticamente i sentimenti del più puro romanticismo radicato nelle nebbie dell'estremo nord germanico. Il discorso solistico ed orchestrale si giustappongono e sovrappongono con limpidità cristallina nella quale ogni nota diventa udibile, seppure impeccabilmente amalgamata nella narrazione.

Il passaggio alle atmosfere solari del Bel paese è disinvolto, e la Sinfonia da La gazza ladra scorre scintillante ed amenamente pomposa, seguita da “La campanella”, il terzo tempo dal Concerto n. 2 in si minore op.7 di Paganini. Benché concepita come uno sfoggio di fuochi d'artificio, persino questa pagina mette in rilievo la straordinaria musicalità di Krylov, capace di conferire un contenuto emotivo finanche ai passaggi altamente tecnici.

Ogni brano è salutato con ovazioni e il generoso programma viene incoronato da due deliziosamente eseguiti bis, le Ouverture da Le nozze di Figaro e da il Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn. 

    

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