“Gianni Schicchi” e “Cavalleria Rusticana” al Verdi con la Kitakyūshū City Opera

La collaborazione del Teatro Verdi di Trieste con il sol levante continua: giovedì 23 e venerdì 24 febbraio andrà in scena il dittico “Gianni Schicchi” e “Cavalleria Rusticana”, Giacomo Puccini e Pietro Mascagni in una sola serata, uno spettacolo in collaborazione con la Kitakyūshū City Opera che porterà una cinquantina di professionisti sul palcoscenico del teatro cittadino. La direzione dell’orchestra è affidata al maestro Francesco Quattrocchi e la regia sarà firmata da Carlo Antonio De Lucia. Il cast sarà composto da cantanti di entrambi i paesi con il ritorno a Trieste dell’acclamata Dimitra Theodossiou. L’accordo triennale con Kitakyūshū, firmato lo scorso autunno, non è l’unico progetto di collaborazione con il Giappone, sussiste anche un sodalizio con la Sawakami Opera Foundation, una fondazione privata che promuove la cultura dell’Opera in territorio giapponese, e che presso il Verdi sponsorizza borse di studio per giovani professionisti.
Il Giappone è uno dei mercati globali dell’Opera più in crescita e ricchi di potenziale, come spiega il sovrintendente del Teatro Verdi Stefano Pace:  «In Giappone tutta la cultura italiana è amata, dal design al cibo, e i ristoranti italiani al di fuori dell’Italia gestiti da giapponesi sono sempre più diffusi. L’anno  scorso sono stati festeggiati 150 anni di relazioni diplomatiche e commerciali tra i due paesi, e il Giappone è stato il primo importatore di opera italiana dopo gli Stati Uniti, ormai sono 30-40 anni che questo paese fa circuitare le produzioni e gli artisti italiani, la cosa è evidente perchè la Cina e la Corea si sono aperte all’opera italiana con 20 anni di ritardo, ma comunque da un paio di decenni. Quindi c’è una sempre maggior coscienza del fatto che Italia e opera lirica sono sinonimi».

Quali sono i punti di forza di questa produzione?
«La forza non sta nella produzione in sè, per quanto Cavalleria Rusticana e Gianni Schicchi siano due opere meravigliose, ma proprio nell’avvvicinamento tra le due culture. Vedremo la compagnia di un teatro giapponese di medie dimensioni (quelli di grandi dimensioni si ritrovano solamente a Tokyo) e un teatro italiano  sovvenzionato dallo stato lavorare insieme per dar vita all’opera italiana».

Dalla trasferta in Oman all’inaugurazione del nuovo teatro a Dubai, il Teatro Verdi sta lavorando in una dimensione sempre più internazionale. Anche in virtù del  ruolo da Lei ricoperto alla Royal Opera House può dire che l’Opera stia riscuotendo più successo all’estero che in Italia?
«Sì, bisogna dire che non c’è mai stato un così alto livello di diffusione del repertorio italiano, sia per broadcast che per produzioni private il numero di rappresentazioni è aumentato tantissimo. Molte volte ci chiedono di internazionalizzare i nostri programmi ma tutti vogliono l’opera italiana, è quello che il turismo ci chiede, e anche nei paesi che hanno una loro produzione operistica, i titoli italiani sono comunque al 50%».

Si sta parlando di demolire la sala Tripcovich: a che punto siamo con le trattative?
«C’è una problematica legata all’età di questo edificio, creato in maniera provvisoria per ospitare le produzioni del Verdi e del Rossetti in tempi di ristrutturazione, un’opera rimasta in funzione per 22 anni. L’età si fa sentire, infatti gli stessi lavori di restauro del Teatro Verdi hanno subito 22 anni di invecchiamento, io come gestore mi concentrerei sui lavori del Teatro stesso, visto che i lavori di rinnovo dovrebbero essere fatti ogni 20 anni e qui siamo già oltre. Lungi da me l’idea di voler abbattere la Tripcovich ma ci sono problemi reali e materiali di gestione della sala che non possiamo affrontare economicamente. Ci sono poi delle risposte che non possono arrivare da noi. Questa è una sala che concentra molte attenzioni anche da un punto di vista affettivo-storico e quindi capisco certe emozioni, noi stiamo cercando di gestirle in maniera razionale e realistica in base alle nostre risorse. Nella pratica c’è un bisogno di lavori che al momento non possiamo sostenere. I proprietari siamo noi e quindi siamo costretti a cessare l’attività, ma non sta né alla sovrintendenza né al consiglio d’indirizzo del Teatro Verdi  prendere decisioni su quello che è l’uso della sala in termini di progettazione cittadina. Quello non è di nostra competenza e non è il sovrintendente che può decidere di spianare una parte del capitale del teatro».

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