Teatro

Marco Paolini nella Venezia cyberpunk inaugura la prosa al Rossetti

Risate e applausi per la tragicommedia sci-fi "Le avventure di Numero Primo". Un testo che coinvolge e resiste a un'interpretazione "migliorabile"

Marco Paolini in una foto di Marco Caselli

“Niente è impossibile. Tutto è migliorabile”. Così recita l’introduzione in rima de “Le avventure di numero primo”, lo spettacolo di Marco Paolini che ieri , 18 ottobre, ha inaugurato la stagione di prosa 2017-2018 del Rossetti. Piena la platea ma non gli spalti, sul palco un Paolini non proprio in forma. Nonostante gli inciampi verbali (continui) dell’autore e interprete, gli applausi e le risate esplodono lo stesso mettendo in risalto una cosa sola: un testo robusto ed efficace, che resiste a un'interpretazione - anch'essa - "migliorabile".

Solo un blocco di ghiaccio come scenografia, e poi le proiezioni sul fondale (con i distensivi paesaggi illustrati da Roberto Abbiati in contrasto con gli audiovisivi high tech di Michele Mescalchin), che fanno indignare i nostalgici delle scene solide. Il proiettore, killer naturale dell’artigianato teatrale, è in questo caso funzionale al messaggio: la tecnologia spaventa, perché è stata creata dopo di noi, mentre la natura è ciò che abbiamo trovato quando siamo nati, quel lato del progresso che diamo per scontato. Quel passato in cui ci rintaniamo quando il futuro riesce solo a spaventarci. 

Il narratore è un reporter disadattato, la sua vita è vuota come il suo frigo. Per questo conosce l’amore in tarda età e su internet per una donna che non ha mai visto, che si rivela malata terminale e decide di affidargli il figlio di sei anni: Numero Primo. Un bambino che non dorme, che a sei anni trova soluzioni invisibili agli adulti e ha il carisma di un messia in miniatura. Un bimbo che non ci mette molto ad attirare l’attenzione dei media e innesca una fuga che ci porta dai droni-gabbiano di Venezia a un Gardaland con provincia autonoma, fino a una Trieste-Babele dominata da un’immortale Ferriera. Finché Numero Primo finisce anche nel mirino di quelle istituzioni, scientifiche e sanitarie, che hanno il compito di “migliorare” la natura.

Tutto si può migliorare in questo mondo futuribile, 5000 giorni successivi al nostro, un upgrade globale che non ha risparmiato neanche gli insetti, bianchi come il packaging della Apple e “in grado di distruggere i parassiti, anche se si spiaccicano come gli insetti neri”. Frase rivelatrice della tensione che è la spina dorsale di tutto il dramma: una corda tesa tra la speranza nella tecnologia e la fiducia nella natura. Niente è impossibile, ma la fisica ha sempre la meglio. L’ingegno umano non ha limiti, tranne quelli naturali.

Una storia funambolica perchè cammina su quel crinale che sta tra la fantacomicità di “Guida galattica per autostoppisti” e il dramma postapocalittico alla “Blade runner”, senza mai cadere.  Un mondo luna-park, fatto a misura di consumatore, dove ogni target, anche quello più strambo e di nicchia, è saturo e pronto ad essere soddisfatto. Dove, ad esempio, è possibile ordinare su Amazon una capra su misura, realizzata con una stampante 3d ma non meno realistica di una capra vera. Eppure la capra vera ci manca come l’aria, per tutto lo spettacolo brucia la mancanza di quell’entità confusa che chiamiamo “natura”.

Una natura che ci ha lasciati orfani, che non è più in grado di badare a se stessa. La neve, compromessa dal surriscaldamento globale, viene fabbricata a  Marghera, nello stabilimento riqualificato. Tutto diventa possibile, come sciare guardando piazza san Marco, eppure la neve naturale, ancora una volta, ci manca come l’aria. Un luna park che è uno sfondo sterile, dove spicca l’unico elemento vivo e uterino: il legame tra esseri umani. Un collante biologico che sopravvive anche al non-umano e unisce un padre e un figlio senza legami di sangue, un senso di famiglia che ingloba gli animali finti e travalica la geografia. Infatti il fenomeno migratorio, ormai fuori controllo, viene combattuto con lo spirito di adattamento, altro elemento “100% bio”. Ed ecco che nella famiglia c’è posto per una commessa sardo-cinese e un utilissimo bambino rom, addestrato alla giustizia “fai da te”.

Non mancano momenti in cui le lacrime si affacciano eppure non scendono: un momento prima interviene la comicità. Anche le musiche originali di Stefano Nanni, con i loro richiami ai videogiochi della prima generazione, sdrammatizzano senza togliere nulla alla tensione narrativa. In generale, Paolini riesce a giocare con la nostalgia senza scadere nel rimpianto. Prima di diventare stucchevole mette in gioco l’autoironia e la fiducia, presentando un futuro forse più strano, ma dove l’essenziale è sopravvissuto, che trova connessioni alternative come i neuroni di un cervello danneggiato. Un mondo che, a tratti, ci fa dimenticare la mancanza delle praterie.

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