"Orfeo ed Euridice" di Gluck al Teatro Verdi

La stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste mette in scena dal 5 al 15 marzo l’opera Orfeo ed Euridice, capolavoro di Christoph Willibald Gluck su libretto di Ranieri de’ Calzabigi nella prima versione che data 5 ottobre 1762 (Vienna Burghtheater). L’opera passò alla storia come un capolavoro del Settecento, frutto dell’attività di quegli uomini dell’avanguardia intellettuale del tempo che, uniti dal desiderio di dare nuova vita alle arti drammatico-musicali, intendevano liberarle dalle convenzioni in cui si erano impantanate, lottando contro l’establishment operistico, rappresentato all’epoca principalmente dal musicista Hasse e dal poeta cesareo Metastasio e in Francia dall’opera di tradizione lullista nella quale imperava lo stile di danza dei divertissements che si era affermato in tutta Europa.

È la cosiddetta riforma dell’opera seria che non è solo una questione di musica o di parola improvvisamente coniugate in una sola opera, ma di arti che dialogano tra loro «come arti sorelle» scrive Quirino Principe, «in un equilibrio che impedisca alla musica di prevaricare a danno della poesia e viceversa». Questa riforma è lo sbocco naturale di un complesso processo storico che fonda la classicità della musica; e l’Orfeo ed Euridice di Gluck traccia la via del teatro musicale in Occidente.

Le opere riformate di Gluck e Calzabigi sono infatti quelle «scelte dalla luce selettiva della memoria storica» - come scrisse Winton Dean, musicologo e uno dei massimi studiosi della musica barocca e di Haendel -. «In esse si cristallizzavano tendenze culturali già esistenti e che premevano da tempo verso un cambiamento, fortificate dalla mano del genio». Il mito di Orfeo, con la sua arte di cantore ispirato dall’amore per la sventurata Euridice che sovverte le leggi della Natura, commuove gli dei e vince perfino la morte, è molto popolare nell’opera italiana. Fu declinato da diversi compositori nel Sei-Settecento tra cui Jacopo Peri, Luigi Rossi, Antonio Sartorio, Ferdinando Bertoni e in più versioni dallo stesso Christoph Willibald Gluck.

La sua versione viennese che vedremo al “Verdi” di Trieste è conforme all’intenzione della “festa teatrale” che dal punto di vista contenutistico si risolve con il lieto fine, in linea con la fede ottimistica nell’uomo e nel suo potere di orientare il proprio destino che anima il secolo dei lumi. Orfeo obbedirebbe al divieto di voltarsi a guardare l’amata Euridice fino all’uscita dagli Inferi, ma è proprio lei che, con insistenza, lo incita a voltarsi per rassicurarla. Di fronte alla sciagura, interviene Amore in persona, che resuscita Euridice e unisce gli amanti. L’ultimo quadro celebra il lieto fine in un “magnifico tempio “dedicato ad Amore come in un vaudeville da opéra-comique.

Tante discussioni si sono incrociate anche sul momento cruciale della catastrofe e sul canto di Orfeo dopo avere perduto per la seconda volta Euridice: lo straziante duetto dei due amanti nel terzo atto, quando Euridice si dispera per non aver ricevuto neanche uno sguardo da parte di Orfeo, è un miracolo di poesia degli effetti musicali. Non resistendo ai richiami sempre più flebili dell’amata, Orfeo cede al «delirio d’amor», si gira, ed ecco Euridice inabissarsi nella morte: tutte le risorse di cui poi la musica drammatica userà e abuserà sono messe in atto per dipingere la disperazione di Orfeo nel recitativo che segue e nell’aria più celebre della partitura «Che farò senza Euridice» che esplode con prepotenza.

Massimo Mila spiegò che «la musica qui si fa quanto mai espressiva e aderente all’azione», e che «quel che domina è lo sgomento che trasporta l’amante che ha perduto il suo bene nell’incertezza e nello sbigottimento, e che tale sgomento meglio non può essere espresso che dalla scelta tonale e dall’accavallarsi degli interrogativi, "Che farò? dove andrò?"». Trieste testimonia la popolarità dell’opera con diverse messe in scena in cui brillarono in passato artiste come Gabriella Besanzoni, Ebe Stignani, o Lajos Kozma. L’opera ritorna al “Verdi” dopo vent’anni di assenza, in un nuovo allestimento creato dai laboratori della Fondazione lirica triestina per la regia di Giulio Ciabatti, reduce dall’ultimo recentissimo successo conseguito con la messa in scena di Madama Butterfly nei teatri di Pavia, Como, Reggio Emilia, Cremona e Teatro Grande di Brescia , nell’allestimento realizzato dal Teatro Verdi e proposto in Italia e all’estero nel corso di tre diverse stagioni.

Il regista è assistito dall’aiuto regista Giovanni Di Cicco, dallo scenografo e costumista Aurelio Barbato e dal light designer Claudio Schmid per uno spettacolo in cui fornisce una lettura dell’opera in chiave introspettiva ed analitica. «Non esiste il futuro - afferma il regista - Esiste solo il presente del futuro che si chiama attesa». Sul podio il M° Filippo Maria Bressan pianista di formazione ma anche cantante e compositore e direttore, profondo conoscitore della tradizione vocale italiana e della grande scuola sinfonica tedesca. Questa doppia esperienza maturata insieme ad una sensibilità particolarmente raffinata nel trattamento delle voci lo portano ad essere direttore ideale dell’opera del Sette-Ottocento e della musica sinfonica antica e contemporanea.

Il pubblico triestino l’ha già applaudito anni fa nella direzione dell’opera settecentesca Alcina di Haendel e nel Mondo della luna di Paisiello. Il Maestro Filippo Maria Bressan guiderà l’Orchestra e il Coro della Fondazione triestina istruito da Paolo Vero e una compagnia di canto composta da Laura Polverelli, uno dei mezzosoprani più attivi ed acclamati della sua generazione che ha calcato i palcoscenici di alcuni dei più prestigiosi teatri e che interpreterà il ruolo di Orfeo in alternanza con Rossana Rinaldi recente Enrichetta di Francia ne I Puritani a Firenze. Cantano il ruolo di Euridice Cinzia Forte, reduce dall’interpretazione di Fidelio a Liegi e Larissa Alice Wissel, che è stata nel cast di Re pastore di Mozart al Teatro Verdi nello scorso autunno. Milica Ilic, al suo debutto sul palcoscenico triestino, interpreta il ruolo di Amore.

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