Teatro

Un “Trovatore” senza troppe lodi completa la trilogia verdiana al teatro lirico di Trieste

A indebolire l'intero spettacolo la mancanza di pathos sia dal punto di vista della direzione che canoro, e una rigidità di scena che ha tolto all'opera quell'alto contenuto drammatico e passionale che la caratterizza

Foto: Teatro Verdi

E' stato un “Trovatore” gradevole ma senza grandi meriti, e anzi, un po' deludente sotto alcuni aspetti quello andato in scena venerdì sera al teatro Verdi di Trieste, secondo titolo di quella definita “trilogia verdiana”, che il teatro triestino propone dopo “Rigoletto” e prima di “Traviata”. A indebolire l'intero spettacolo la mancanza di pathos sia dal punto di vista della direzione che canoro, e una rigidità di scena che ha tolto all'opera quell'alto contenuto drammatico e passionale che la caratterizza.

Difficile puntare il dito su un aspetto specifico che ha contribuito al risultato tiepido dell'intreccio. Sicuramente la direzione non ha saputo sempre trasportare l'orchestra nella direzione sperata, con il conseguente risultato di alcuni passaggi chiave eseguiti in maniera quasi meccanica. Nonostante ciò la performance dell'orchestra è stata soddisfacente come sempre. Qualche incertezza anche nell'interpretazione corale, accentuata in particolare nella parte del coro degli zingari, dove non sempre gli attacchi virili erano all'unisono.

La regia di Filippo Tonon, che ha firmato anche scene e luci, era troppo immobile. Le scene troppo semplici e le luci troppo forti hanno contribuito ulteriormente a dare questa impressione. I costumi di Cristina Aceti, pur se non originali, erano ben assortiti e di buon gusto nella loro semplicità. Terribili invece le parrucche delle comparse e delle interpreti minori femminili. Gli stessi interpreti parevano contagiati dall'atmosfera poco fluida e anch'essi erano rigidi nelle loro parti. Un vero peccato, per un'opera notoriamente ricca di passione.

E se il baritono Domenico Balzani, nel ruolo del vendicativo Conte di Luna, è stato come sempre all'altezza della sua reputazione di artista molto dotato dalla voce salda e prodiga, non altrettanto si può dire della mezzosoprano serba Milijana Nikolic nei panni di Azucena. Oltre ai problemi di pronuncia che hanno messo in risalto il suo accento straniero rendendo spesso incomprensibili i suoi passaggi, la recitazione al limite del grottesco era eccessiva, le espressioni troppo accentuate, la voce forzata e non gradevole.

Più che positiva invece la prova di Antonello Palombi, per la prima volta al teatro Verdi. Il tenore ha saputo interpretare con slancio e talento un Manrico passionale, spesso impetuoso. Un artista ricco di spirito interpretativo che ha reso il suo personaggio mai banale. Nel ruolo di Leonora la bella e giovane Marily Santoro. Il soprano di origine calabrese dalla voce perfettamente impostata si è dimostrata a suo agio nella parte, ma mancava di quella intensità e di quella complessità che fanno del drammatico personaggio verdiano una difficile vetta da scalare anche per le artiste più esperte. Hanno ovviato a ciò il suo aspetto gradevole e il timbro melodico e sognante della sua voce.

Molto bene tutto il resto del cast. “Il Trovatore”, una produzione del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor, ha conquistato l'approvazione del pubblico con applausi anche a scena aperta. Gli spettatori non sono stati però altrettanto generosi nel dimostrare il consenso a conclusione di performance, e si sono come sempre contraddistinti per il fuggi fuggi frettoloso mentre gli artisti erano ancora impegnati negli inchini sul palcoscenico. “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi replica a Trieste fino al 27 gennaio.

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