Genocidio di Srebrenica: la comunità bosniaca di Trieste in rappresentanza a Roma

Al 23esimo anniversario il presidente Semso Osmanovic, in quanto sopravvissuto, parla della più grande strage europea dopo la seconda guerra mondiale

Il genocidio di Srebrenica è stata la più grande strage europea dalla fine della seconda guerra mondiale e domani, 11 luglio 2018, ne ricorre il 23esimo anniversario. Più di 8000 mila musulmani bosniaci trucidati in questo comune della Bosnia Erzegovina, e il numero si limita alle vittime che hanno un nome, un volto e una sepoltura, molte altre giacciono ancora anonime nelle fosse comuni. E mentre i resti vengono tuttora esumati e riconosciuti, i vivi stanno ancora lottando per avere giustizia: soltanto lo scorso novembre il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, sotto il cui comando si è consumata la tragedia, è stato condannato all'ergastolo.

Era il 1995 e Srebrenica si trovava sotto la tutela dell'Onu, che avrebbe dovuto presidiarla come zona sicura, ma così non è stato. Sotto gli occhi delle truppe olandesi Onu, le milizie serbo - bosniache hanno ucciso atrocemente quasi tutti i maschi in età militare, nel disegno di una folle pulizia etnica.

Nel 2008 il Parlamento europeo ha riconosciuto l'11 luglio come il giorno della memoria per queste vittime, ma l'Italia è tuttora l’unico paese membro dell'Ue a non aver applicato la risoluzione. Per questo il presidente della comunità bosniaca di Trieste Semso Osmanovic, sopravvissuto a questo massacro, si recherà domani in Senato. Oltre che un incontro commemorativo, sarà un'occasione per chiedere, ancora una volta, che questa risoluzione venga rispettata. «Una battaglia che combatto per i 100mila bosniaci in Italia, per quelli che sono morti e quelli che non possono parlare. Ne sono responsabile in quanto unico sopravvissuto in Italia all'eccidio, inseme agli altri che sono scampati alla guerra in Bosnia».

Questo è il primo anniversario del genocidio di Srebrenica dalla condanna all’ergastolo di Mladic. Come si sente a riguardo?
«Finalmente i responsabili sono stati condannati, ma siamo ancora all’inizio. Ci sono ancora latitanti che si nascondono, molti di quei militari ora fanno parte della Polizia locale di Srebrenica. Sono 300 le persone coinvolte nell’eccidio, che sono già identificati e fanno parte dell’esercito. Tutti, in misura diversa, sono coinvolti e responsabili di quei fatti».

È mai tornato a Srebrenica dopo la sua fuga?
«Solo per i funerali di mia nonna e mio fratello, ma non mi sento sicuro e subito dopo la cerimonia sono tornato indietro. Da quando ho cominciato a raccontare la mia storia non ho più messo piede a Srebrenica».

Cosa ricorda di quell’11 luglio di 23 anni fa?
«Io e mia madre eravamo nella base Onu, da cui saremmo dovuti andare via insieme a mio fratello e alle mie sorelle. C’erano due soldati serbi che aspettavano davanti all’autobus, uno di loro aveva un grosso fucile, con il quale mi ha misurato in altezza. Siccome ero più piccolo di quell’arma ha deciso di lasciarmi andare (non avevo l’età per combattere), così mi ha dato uno schiaffo e mi ha fatto entrare nell’autobus. Per questo sono ancora qui».

Per la sua esperienza quali sono oggi i rapporti tra comunità bosniaca, comunità serba e comunità musulmana a Trieste?
«Sono ottimi, in varie occasioni mi sono recato ala comunità serba, anche nelle feste natalizie. Quando è arrivato Boris Tadic l’ho salutato. Però la politica di Belgrado e di Sarajevo si scontrano su diversi punti. Noi  a Trieste non abbiamo questo problema, per me Trieste è una piccola Gerusalemme, e qui le diverse comunità vanno d’accordo. Ma Belgrado non ha ancora il coraggio di riconoscere le sue responsabilità nel genocidio».

Questa convivenza tra popoli e religioni a Trieste non è storia recente. Cos’ha riacceso il dibattito sui migranti negli ultimi anni?
«Io ho vissuto 20 anni in questa città, le religioni non si sono mai scontrate, solo i nazionalismi e le ideologie politiche, ma tra comunità non c’era mai questo problema. Anch’io adesso sono un po’confuso per la questione dei migranti e inizio ad avere un po’di paura. Bisogna controllare questo fenomeno, questa marea di gente che arriva dall'Africa è qualcosa che non ha precedenti nella storia umana. Secondo me nessuno è sopra la legge, quelli che rispettano la cultura italiana ed europea vanno rispettati e accolti, chi crea problemi deve essere respinto».

Qual è la posizione dei musulmani Bosniaci rispetto ai fondamentalismi in medio oriente?
«Li condanna, anche se io non sono il più adatto a rispondere perché non sono un teologo né un Imam, ma per come la vedo l’Islam bosniaco è moderato, anche noi abbiamo subito il fondamentalismo islamico ma abbiamo la figura del Gran Mufti e del consiglio. C’è una gerarchia che vigila e che è riuscita a intervenire contro i terroristi. Siamo per il momento sicuri ma senza l’intervento di una politica europea siamo potenzialmente in pericolo anche noi».

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Spesso si considera un’intero popolo responsabile delle atrocità commesse dal suo governo, o da una minoranza. Come se il criminale di guerra dividesse la colpa col più pacifista dei cittadini solo per essere nato sullo stesso suolo. Una forma di pensiero che conduce al pregiudizio e all’odio tra popoli. Perché è così difficile superarla?
«Non bisogna generalizzare, io credo nella responsabilità individuale. Nel caso dei crimini di guerra ci sono precisi responsabili, generali e colonnelli, inutile bersagliare un intero popolo. La popolazione serba è innocente, come io non sono responsabile del terrorismo islamico. La responsabilità individuale è importante e per questo lo è anche la memoria collettiva. Sennò come possiamo insegnare ai nostri bambini ciò che è successo? È importante accettare una sola verità, quella che è stata stabilita anche dal tribunale nazionale dell’Aia. Durante la guerra, ne siamo consapevoli, ci sono stati massacri da tutte le parti, bisogna processare tutti i criminali di guerra e lasciare che le minoranze del popolo bosniaco convivano com’è stato per lunghi secoli».

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