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"La nostra città", Schiavone attacca l'amministrazione Dipiazza: «A Trieste deriva sociale e culturale»

Pubblico numeroso alla presentazione della petizione "La nostra città", illustre assente il giornalista scrittore Paolo Rumiz, Schiavone: «Ci ha detto che non poteva, che doveva lavorare»

Foto Enrico Ferri

Sala grande gremita al Caffè San Marco di Trieste per la Presentazione della lettera d'appello "La nostra città", testo sottoscritto da semplici cittadini e persone note di Trieste tra i quali don Mario Vatta, Paolo Rumiz, Fulvio Camerini, Silvano Magnelli, Gianfranco Schiavone, Daniela Luchetta, Marco Coslovich e altri.

Illustre assente all'evento, il giornalista scrittore Paolo Rumiz, Schiavone: «Ci ha detto che non poteva, che doveva lavorare»

Ha aperto l'evento Silvano Magnelli che ha parlato dei caratteri generali della petizione, richiamando i caratteri di umanità e riportando che il numero di firmatari della lettera è arrivato a 220: «Una città rattrappita su se stessa sulle proprie paure e i propri rancori non è una città per i giovani, per le persone semplici e non è una città rispettosa per le persone in difficoltà e non ha un grande futuro davanti a sè».

Ha preso poi la parola Gianfranco Schiavone, presidente di Consorzio Italiano di Solidarietà – Italian Consortium of Solidarity (ICS), riportando l'attenzione sulla scelta della giornata del 10 dicembre per l'evento, perché in concomitanza con la Giornata Mondiale dei Diritti umani. «Stiamo assistendo nella città di Trieste a un ribaltamento culturale, quello che stiamo vivendo è una deriva dei valori in una fase di crisi, sfruttata da chi tenta di vivere politicamente questa situazione, vivere sul malessere mettendo gli uni contro gli altri in una guerra tra poveri. Si percepisce un clima avvelenato che noi vorremmo contrastare in maniera limpida e trasparente».

«Un clima che sta cominciando a dare qualche segnale di violenza vera e propria, e faccio riferimento all'episodio di Aquilinia (profughi accolti nell'ex asilo delle suore Canossiane, n.d.r.). Ebbene era sotto gli occhi di tutti il clima da squadrismo fatto passare per assemblea popolare. E io non vorrei che questa città che ha vissuto lo squadrismo sotto varie forme, sdoganasse lo squadrismo. E io su Facebook non ho visto grandi indignazioni per quel clima di violenza. Episodio che spero rimanga isolato ma io sono portato a pensare che qualcosa stava veramente girando in maniera molto pericolosa nella città. Dobbiamo fermare questa deriva sociale e culturale che credo comunque non sia condivisa dalla maggioranza dei triestini».

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Il testo integrale della petizione:

La nostra città

Siamo cittadini di Trieste, inseriti da tempo in percorsi di impegno civile, culturale, sociale e nel volontariato di varia ispirazione, ci anima un sentito slancio personale e collettivo, per cui pensiamo ad una città di persone con uguale dignità e importanza a prescindere dalla razza, dalla condizione sociale, dalla fede religiosa, dalle opinioni politiche, dalla condizione sessuale, famigliare o dall’appartenenza nazionale.

Prendiamo atto che questa nostra città così variamente composta, da sempre sede di presenze plurime, aperta al mondo, oggi appare in tutt’altra maniera dopo le decisioni prese in questi mesi dalla nuova Giunta e dal Sindaco del Comune di Trieste.

Non passa settimana che non ci sia qualche ordinanza, mozione o dichiarazione dei vertici del Comune, ostili a presenze ritenute inguardabili e inaccettabili e indisponibile a chi è nel bisogno come i senza fissa dimora, fatti sgomberare senza alternative o la tentata non concessione, poi rientrata, della piazza Unità per ricordare le vergognose leggi razziali lì annunciate. E poi la rimozione dello striscione per Giulio Regeni con grande indignazione in tutta Italia.

E inoltre il ritiro dei fondi comunali dall’assistenza dei minori stranieri, l’esclusione dei cibi etnici negli asili e infine la perla del divieto di fare elemosina...

Ci sembra di essere tornati a tempi che pensavamo superati e ci appare il volto di una città che non è la nostra città, perché non è la città di tutti , ma solo di alcuni che la pensano allo stesso modo, non è più la città della parità dei diritti, del rispetto di ogni opinione e di ogni appartenenza umana, la città attenta ai bisognosi, agli stranieri, ai diversi, ai più poveri, ai giovani. Ci appare il volto di una città caricaturale frutto di un pensiero anacronistico e superficiale, rivolto solo ad alcuni, estraneo all’inclusione e alla compassione umana che ci deve legare, ben lontana dai criteri di un’ identità collettiva aperta e aggregante , protetta dal diritto e dalle Costituzioni.

Una città che, se prosegue su questa strada, rischia di perdere la propria immagine e il vero decoro di se stessa e quasi certamente l’appuntamento col futuro.

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