Che Porto per Trieste ?

A volte sfogliando i giornali non ci imbattiamo soltanto in notizie, ma in vere e proprie fonti. Ci sono, cioè, degli articoli che non si  esauriscono nello spazio di un giorno, ma che lasciano un segno fissandosi nella mente. Portiamo un esempio...

A volte sfogliando i giornali non ci imbattiamo soltanto in notizie, ma in vere e proprie fonti. Ci sono, cioè, degli articoli che non si esauriscono nello spazio di un giorno, ma che lasciano un segno fissandosi nella mente.

Portiamo un esempio molto concreto ed attuale. Nei giorni attorno alle festività di fine anno il prof. Stelio Spadaro, storico esponente della Sinistra triestina, ha scritto sulle colonne delle Segnalazioni del Piccolo delle brillanti osservazioni sulla situazione che sta vivendo il porto di Trieste. Brillanti e tristi.

A parte il fatto, verrebbe da chiedersi, come mai certe tematiche, o certe prese di posizione, vengano destinate (o confinate) a quella che in definitiva è la pagina delle Lettere al Direttore? Non che tale spazio non abbia una specifica dignità, ci mancherebbe. C'è però qualcos'altro da aggiungere, tanto sui contenuti che sugli spazi sui quali troviamo le notizie: certa logistica ce la dice lunga sulle attenzioni che certi temi meriterebbero.

Il nostro non vuole essere però un messaggio di critica all'autorevole quotidiano locale, anzi, bensì un elogio per aver voluto comunque pubblicare un testo così intenso e con potenzialità da non potersi esaurire nell'immediato.

Spadaro, ricordiamolo, ha delineato una sorta di parallelismo non coerente tra l'attenzione che pone il governo nazionale all'Istria, e ci piacerebbe aggiungere anche alla Dalmazia, in tema di una rinnovata italianizzazione della sponda orientale dell'Adriatico e la praticamente completa assenza di idee dello stesso governo sul porto di Trieste.

Una sorta di atteggiamento schizofrenico del governo, insomma. Volendone fare un'interpretazione del riassunto dell'intervento di Spadaro (e l'autorevole professore ci perdoni per questo), è un po' come se in qualche ufficio ministeriale romano qualcuno si chiedesse: ma Trieste è porto? Ma se è porto che ci faccio? Interrogativi questi molto pericolosi, perché rischiano di fissarsi nella mente senza voler più andare via.

E tutto questo - ricordiamolo e ribadiamolo - mentre il Ministero degli Esteri e tanti altri enti ben operano a sostegno della presenza italiana nell'Istria, con operazioni di sostegno alla cultura, al patrimonio, alla comunità presente, eccetera, insomma con un ruolo attivo, dinamico, attento, sicuramente in grado di produrre degli effetti.

In campo portuale e quindi economico e a completo vantaggio di tutta un'area, l'aria che si respira e la musica che si sente, invece, non creano grandi entusiasmi.

Il voler porre all'attenzione romana l'interrogativo sulle potenzialità del porto di Trieste è certamente pertinente oltre che urgente.

Questo lo diciamo perché se c'è stato in passato qualche slogan che ci è piaciuto tipo: Trieste è porto, il porto è Trieste.

Spadaro, in definitiva, da gran conoscitore della storia non solo locale ci ha ricordato la da sempre perdurante politica balcanica verso l'area della Venezia Giulia e di come sotto qualsiasi regime e da qualunque capitale il vicino mondo slavo abbia puntato a soffocare Trieste nella sua dimensione portuale visto che non poteva rivendicarne sovranità o proprietà.

Ad esempio come: praticamente trasformando Capodistria da piccola cittadina di pescatori in una vera e propria città e in vero e proprio porto antagonista del nostro.

La stessa vicenda di come il governo di Lubiana stia potenziando in tutti i modi le infrastrutture di contorno al porto di Capodistria, addirittura ventilando in maniera concreta la possibilità che una linea ferroviaria - tutta peraltro da costruire - con Trieste trovi solo il transito di passeggeri anziché di merci - perché queste devono essere portate sulla linea per Divaccia e quindi verso il centro dell'Europa tagliando fuori l'Italia - danno ulteriore conferma di come per Lubiana, Trieste non è niente di più che una fastidiosa spina nel fianco, un problema e non una risorsa.

Proprio perché quest'area geopolitica ne ha viste di tutti i colori per poter trovare un confine certo e significativo da giocare e bilanciare lungo mille linee di interesse, avremmo di che parlarne, passando dai fatti storici più cruenti, ai trattati internazionali
sottaciuti e compiuti fino alle cooperazioni internazionali di varia natura e titolo non sempre chiaramente decifrabili.

Le vicende dell'ultimo secolo che hanno segnato la storia della Venezia Giulia nascondono più di qualche mistero. Misteri non si sa se tutti italiani nei quali le tinte fosche sembrano superiori alle zone di luce e questo certamente non è un bene.

Non vorremmo però che la verità fosse sotto gli occhi di tutti e neanche che il perdurante silenzio romano venisse inteso come timidezza, ritrosia, accondiscendenza e chissà che altro nei confronti della vicina e piccola repubblica.

Da tempo si parla di cooperazione internazionale, di sistema portuale integrato del nord Adriatico tanto per prendere qualche esempio organizzativo di realtà molto diverse del nord Europa. Bene. Diciamo la verità: non è che si sia visto molto di più di una fallimentare e probabilmente irripetibile operazione di concessione dell'area del Molo Settimo a un operatore straniero.

Quel che manca da parte nostra è altro, che poi è quasi tutto: la strategia.

Strategia forse riepilogabile in un: chi fa che cosa, verso dove e in che tempi, con che peso e con che controllo dell'area.

Spieghiamoci.

Che Trieste sia sempre più destinata a diventare primario polo energetico di rilevanza internazionale ci è chiaro; che Trieste possa essere sempre più sede di sosta di navi da crociera ci sta veramente a cuore. Sulla movimentazione delle merci ci pare sia il caso di dire che si sta navigando a vista, che ci si sta cimentando da troppo tempo nel cabotaggio non troppo alto. Con il conseguente risultato che - pare - Capodistria sta movimentando più container di Trieste; bello, non c'è che dire....

Ci pare poi di ricordare l'annosa questione delle infrastrutture, dei tempi di percorrenza; se vogliamo poi aggiungere temi consueti e connaturati alla movimentazione di merci quali tariffe, fruitori, operatori, agenti, spesso di quanto succede qui da noi si ha una visione fuori mercato.

Questioni non facilmente decifrabili al momento, forse neanche se il porto venisse affidato a un megaoperatore sostenuto da un grande sistema bancario abile e in grado di sostenere più di qualche costo e più di qualche intervento per investimenti indifferibili.

Quel che non si capisce, cioè, è quale ruolo comunque giocherebbe il mondo istituzionale in tal senso e con quale connessione.

Una parolina ancora sulla tematica del riutilizzo del porto vecchio ce l'aspettiamo. Grandi idee ed importanti progetti di riutilizzo sembrano essere pronti per aprire un nuovo spazio e un nuovo destino alla città, ma, ci si lasci dire, che mai vorremmo restassero solo opere edilizie.

E l'annosa questione del porto franco? C'è mai nessuno in questa città che si ricordi come siano una misura di esenzione fiscale che al mondo dell'impresa non interessa? Che erano uno strumento che poteva andar bene ai bei tempi in cui le merci dovevano essere trattate con tempi solleciti appena sbarcate e non come oggi con gli adeguati e completamente diversi interventi tecnologici che vanno ben oltre quanto il mondo istituzionale possa offrire?

O vogliamo dire che certe misure che persistono all'interno di certe zone portuali sono niente più e niente meno che
il prodotto della seconda guerra mondiale o della guerra fredda, ma che quei tempi sono finiti da almeno un ventennio?

E' facile che tutto questo dia fastidio, ma è così.

Qualcosa da dire sulla Presidenza del Porto appena scaduta forse è doverosa; non ci pare un'esperienza che abbia lasciato un segno robusto, solo forse qualche disordinato graffio al momento del proprio congedo, neanche troppo elegante od educato se esponenti politici che si sono sentiti presi in causa ben oltre alle normali critiche che la politica meriterebbe, hanno già fatto sapere di riservarsi di tutelare la propria onorabilità nelle sedi opportune, che poi, tradotto, sarebbero quelle giudiziarie.

Ci piacerebbe anche che chi sta per andare alla Presidenza del Porto di Trieste non si occupasse solo dell'amministrazione ordinaria e straordinaria, ma che fosse in grado di far valere nei confronti del governo la pretesa a una precisa, definita ed aggressiva strategia di riduzione del danno, contenimento dei rischi, incremento delle potenzialità. Vorremmo cioè che venissero ricordati i criteri di come politica ed economia spesso hanno tempi organizzativi molto diversi; non vorremmo neanche che Capodistria uscita da decenni di socialismo reale facesse definitivamente le scarpe a Trieste perché oramai
impregnata di un liberismo pilotato da Lubiana che sa molto di economia cinese.

Ci piacerebbe, in definitiva, dire che l'analisi fatta dal prof. Spadaro sotto le festività natalizie era contrassegnata dalla
nostalgia, dai ricordi dei bei tempi andati, e in buona sostanza una memoria malinconica e nulla di più.

Così però non è, perché sappiamo che la sua riflessione ha grossi elementi di ragionevolezza.

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