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"Trieste selvatica" è l'antidoto contro chi vuole addomesticare questa città

Il libro scritto dal poeta e viandante Luigi Nacci è da due mesi in cima alle classifiche dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia ed è finalista al Premio Cortina 2019. La nostra recensione sul perché è la migliore rappresentazione letteraria di Trieste da almeno dieci anni

Ci sono opere letterarie che nel loro piccolo sono capaci di anestetizzare la narrazione del mito e restituire il giusto ruolo alle verità storiografiche. Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza, 14 euro, pag. 183) rappresenta a tutti gli effetti uno degli esempi più manifesti della scelta di andare “contromano”, un po’ come il titolo della collana che ospita il terzo libro di narrativa del poeta e viandante triestino.

Il libro a passo lento

Il volume, che racconta il confine orientale d’Italia libero da muri, fili spinati e fotografia di una frontiera sofferente, in questi giorni è andato in ristampa dopo pochissimo tempo dalla sua uscita ed è tra i finalisti dell’edizione 2019 del prestigioso Premio Cortina 2019 che decreterà il vincitore nella serata del 25 agosto prossimo. “Trieste selvatica”, che già in copertina spoglia la città del leggendario carattere imperiale che tanto piace ai direttori di marketing di qualche agenzia turistica, si muove grazie al passo lento dell’anima delle borgate carsiche e istriane, ricordandosi delle memorie perdute e drammaticamente strumentalizzate dai cacciatori di voti.

Un volume che parla ai "foresti"

Nacci, che prima di questo piccolo capolavoro aveva scacciato i fantasmi dei disillusi con l’incalzante “Alzati e cammina” (Ediciclo, 2014, 15 euro, pag. 192) non ha pretese di celebrazioni, né tantomeno scrive perché parte del vortice meccanico di “scommesse” editoriali; no, il professore, a volte giornalista, molto più spesso guida della Compagnia dei Cammini, parla ai “foresti” che quivi arrivano, un tempo vestendo i panni degli ubriaconi e dei contrabbandieri, oggi in cerca del più classico degli off the beaten track (lontano dalle mete più visitate), per dirla all’inglese.

“Trieste è una città molto noiosa. Vivere qui non mi fa né caldo né freddo” è la citazione che apre il cammino storico-letterario in grado di scardinare le convinzioni digitali e quelle suggestioni troppo luccicanti perfino per gli stessi figli della frontiera. Il mito absurgico, la mirabile gigantografia di un emporio pulito, ordinato ed elegante, viene finalmente minato da una messa in stato d’accusa degli entusiasti smemorati che ne hanno cantato le lodi.

Non solo caffè e Sacher, ma anche nani, stracci e accattoni

L’Italia che dimentica questa faglia traballante, che è un po’ la figura retorica utilizzata nel “caro lettore”, ha in mano un libro che parla di case che si muovono, di nani, stracci e accattoni, degli ultimi degli ultimi, di confini e di maledizioni, di Dio, dell’acqua e del vento, di sopra e sotto e di colori ingialliti, arrossati da tramonti a nordest, o dal ferro della terra carsica.

Si va a piedi dal molo Audace alla Ciceria, oltrepassando le proprie incertezze e donando istantanee a chi si fa convincere del contrario, o dagli orari ufficiali della Storia che qui, a maggior ragione, non possono esistere. Smonta pezzo per pezzo le brochure plastificate, le recensioni e le malcelate menzogne. Trieste potrebbe lasciar innamorare chiunque, ma Nacci ricorda al forestiero la banalità dei simboli e gli abusi a cui sono sottoposti.

“Paga la Sachertorte, recati all’ufficio turistico, prendi tutti i dépliant possibili, chiedi e ti sarà detto: il fascino della Mitteleuropa, la piccola Vienna, Maria Teresa, Miramare, la Barcolana, […] l’ultimo bagno europeo diviso per uomini e donne, l’unico lager in cui abbia funzionato un forno crematorio, la Foiba di Basovizza, il castello di San Giusto, il Faro della Vittoria, […] Italo Svevo, James Joyce, il prosciutto cotto col kren […]Sono queste le cose che rendono speciale Trieste?”.

Trieste cambia pelle

Fare domande è operazione giornalistica, ma in Trieste selvatica le interlocutorie funzionano come un papìn materno (uno schiaffo in dialetto), anche e soprattutto per i residenti assonnati. Nacci scrive, annota, studia e ricerca le storie sconosciute. Un lungo ed appassionante capitolo del libro è uno straordinario omaggio alla mutazione umana, alla condizione per la quale sono i foresti che si adattano alla città e non viceversa. Cecchelin, Luttazzi, i matti veri e quelli per professione, ci sono tutti in questo compendio capace di strappare melanconici e sghignazzanti sorrisi. 

No, Trieste non cambia per decine di migliaia di persone che arrivano in cerca di fortuna, né con gli Asburgo, né con gli altri. Oggi, che a comandare sembra essere la corsa sfrenata allo sviluppo e alla cementificazione, in una modernità che non possiede quasi mai armonia e gusto, forse la città è più fragile di un tempo. È forse perché la classe media è sempre più mediocre e il proletariato scomparso dalle mappe? È forse perché fanno comodo i danari di investitori stranieri? Ha a che fare con la corsa all’oro?

Non lo sappiamo, e neanche Trieste selvatica possiede la risposta.“Vorrei ti convincessi che la straordinaria forza di questo luogo è data dalla sua natura ibrida […] e tutto ciò ha senso a patto che non ci vergogniamo di essere ciò che abbiamo sempre fatto finta di non essere: spietati tiratori di balestra, ospitaleri di sozzi pellegrini, […] profughi, assassini, boscaioli, contadini senza terra, contrabbandieri, pescatori col mal di mare, peti maledetti, gente dalla doppia vita, dalla faccia tripla, dalle molte coscienze, sporche quanto basta, attaccati al denaro, narcisisti cronici, grafomani incurabili […] non ci sono barbari al di là del confine, non c’è confine, noi siamo il confine, noi siamo i barbari.” 

Le storie dimenticate: i figli illegittimi che Trieste non voleva

Trieste selvatica si divora perché è autentica rappresentazione di onestà, non solo intellettuale suvvia, bensì soprattutto per quel desiderio di “cantare” partiture scomode, come quelle che rimangono colonna sonora nella storia dei “nati dai fiori”, vale a dire i figli illegittimi “dei ricchi borghesi triestini (forse avuti con le prostitute care a Joyce)” che l’Istituto dei Poveri affidava a pastori misconosciuti della Ciceria. Bambini che nessuno vuole, frutto dell’amore libero e che nell’ipocrita e borghese società dell’epoca non dovevano essere visibili, insomma, dovevano sparire.

Il libro di Nacci è probabilmente la migliore rappresentazione letteraria di quest’area degli ultimi dieci anni, se non di più. Lo è perché se vogliamo che questa città cresca, dobbiamo tornare nei luoghi dove vivono gli orsi, la lince e il gatto selvatico, mischiarci con chi è nostro vicino e con chi arriva da lontano, o dal passato; dobbiamo ricordarci di tutte le sofferenze e parlare con il cuore in mano, ospitando amici distanti e portarli nelle bettole che sopravvivono in un qualche rione periferico, oggi succursale balcanica.

Perché la vera Trieste è lì, tra i sassi duri del Carso e nelle osterie sudicie, nel dialetto scorbutico e nel vino sporco di qualche viticoltore che non esporta in Giappone. Infine, Trieste è da considerarsi selvatica e questo libro è indubbiamente il migliore antidoto nei confronti di chi porta avanti la smania di addomesticarne l'anima. 

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