"Zorro", da cestista a imprenditore, sempre con grande determinazione

Fabrizio Zarotti, i duello con Dawkins e l'incontro con un giovanissimo Kobe. Finita la carriera nel basket ha creato il marchio d'abbigliamento "Bora Nera"

Michal Jordan e Fabrizio Zarotti

Un grande passato da cestista attraverso le epoche d'oro del basket Triestino, dalla Hurlingham alla Bic fino alla Stefanel, una lunga carriera non priva di ostacoli, dai 20 ai 37 anni di età. E poi, dopo l'avventura nello sport, la capacità di reinventarsi imprenditore con il marchio di successo “Bora Nera”. È la storia di Fabrizio “Zorro” Zarotti, personaggio amato e conosciuto a Trieste, con un percorso fatto di soddisfazioni e cadute ma contrassegnato dalla capacità di rialzarsi, pianificando con metodo le mosse successive.

“Ho iniziato tardi – racconta Zarotti – a 16 anni e mezzo. Più che la tecnica sono state la grinta e la determinazione a portarmi in serie A, e ho avuto il privilegio di lavorare con tanti grandi allenatori come Mario de Sisti e Bogdan Tanjević, per citarne alcuni”. Proprio sotto la guida di Tanjević, Fabrizio ricorda uno dei 'duelli' più interessanti della sua carriera, quello con il campione NBA Darryl Dawkins: “Era uno tra i pivot più temuti, era noto per distruggere i tabelloni. Non si aspettava che un pivot leggero come me 'tenesse botta' in quel modo, quindi si innervosì e perse la testa. Gli sono stati fischiati così tanti falli che è stato espulso”.

Non sono mancati incontri segnanti come quello con un giovanissimo Kobe Bryant, tristemente scomparso quest'anno: “l'ho visto quando era un bambino, tirava sotto canestro a Reggio Calabria, nel nostro canestro, con la Bic Trieste, all'intervallo, quando ho avuto la possibilità di marcare il campione che era suo padre. Assimilo la sua morte a quella di Drazen Petrovic, uno dei giocatori europei più vincenti e talentuosi”.

La tenacia che Zarotti ammira negli altri giocatori è forse la stessa che lo contraddistingue e che non si è fermata neanche alla fine del percorso sportivo: “Ho sempre avuto il chiodo fisso del dopo carriera, avrei dovuto trovare il modo di provvedere alla mia famiglia anche dopo l'avventura del basket”. Un'avventura non immune da incidenti, tra cui uno al volto, seguito da numerosi interventi chirurgici, oltre alla rottura di entrambe le ginocchia. Tutti intoppi che lo hanno portato a pianificare un'alternativa al basket, prima aprendo degli outlet di vestiario in regione, poi con la creazione di 'Bora Nera', il fortunato marchio di vestiario sportivo.

Gli abbiamo chiesto un parere da esperto sull'evoluzione del basket a Trieste: “Qui abbiamo una costante che non si è mai spenta: l'immensa passione dei triestini per questo sport anche nei momenti più bui. Sono sicuro che dopo la fine della pandemia sarà necessario ampliare l'Allianz Dome per raccogliere tutti. Usciremo da questa situazione: nel mio navigare per mare seguendo i miei hobby ho imparato che dopo ogni burrasca il sole torna a splendere”. Tra passato e presente Fabrizio rileva anche delle differenze: “quando giocavo io in squadra c'erano più italiani e molti triestini, motivo d'orgoglio per la città. C'erano meno spostamenti, le squadre erano più riconosciute come bandiera, un valore aggiunto rispetto a oggi. Poi c'è stata la sentenza Bosman e sono cambiate molte cose, anche a livello di preparazione dei giovani. Ora è più difficile allenarli e renderli professionisti”.

“Il ricordo più vivo di questa mia carriera – conclude l'ex cestista - è stata la sofferenza che ho provato quando ho perso per il primo anno con la Stefanel i playoff ad Arese per la promozione. La frustrazione mi ha insegnato a reagire e a programmare il mio futuro. Quando, l'anno dopo, ho vinto contro il Varese, è stato un trionfo costruito con sacrificio grazie alla bruciante sconfitta dell'anno prima”.

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