Calcio, coccodrilli e Trump: Mirco Gubellini racconta gli Usa del lockdown

Quinto marcatore di tutti i tempi con la maglia rossoalabardata, Gubellini vive ormai in Florida da una dozzina d'anni. In questa intervista raccolta da Gabriele Lagonigro di Citysport, il "Gube" racconta la quotidianità al tempo del CoViD-19 con lo sguardo a Trieste

foto tratta dal sito del Weston FC

Continua la collaborazione editoriale con Citysport, da 20 anni il settimanale sportivo di Trieste. In attesa del numero di domani 25 maggio, oggi vi proponiamo l'intervista realizzata da Gabriele Lagonigro con Mirco Gubellini, indimenticato goleador della Triestina. Gubellini è infatti il quinto marcatore di tutti i tempi (55 reti) con la maglia rossoalabardata dopo Godeas, De Falco, Rocco e Trevisan ed è stato uno dei giocatori simbolo dalla metà degli anni '90 fino ai primi campionati di Serie B del nuovo millennio.

In quello magico con Ezio Rossi, quando l'Unione sfiorò il paradiso, l'attaccante emiliano riuscì a imbucarla ben cinque volte, e alcuni di quei gol, come il 4-3 contro il Palermo o il momentaneo 2-1 a Messina, regalarono a tutta la tifoseria l'illusione della Serie A. Ha subito le contestazioni in C2, ha sfiorato l'apoteosi nella Triestina dei sogni, ma al di là dei risultati sul campo è in assoluto uno dei giocatori più amati della storia calcistica giuliana. Un sentimento naturalmente ricambiato, anche se a 10 mila chilometri di distanza.

Mirco, ben ritrovato. Com'è la situazione negli Stati Uniti e nello specifico a Miami, dove abiti ormai da diversi anni? Come state vivendo l'emergenza sanitaria che sta coinvolgendo tutto il mondo?

Direi che qui il lockdown è diverso rispetto all'Italia; non abbiamo bisogno di autocertificazioni per muoverci, nessuno controlla la ragione per la quale si esce di casa anche se tutti i locali sono chiusi. Esiste comunque il servizio on line che funziona benissimo: attraverso il drive-through non si scende nemmeno dalla propria autovettura, ti consegnano il cibo da asporto in totale sicurezza e si rientra tranquillamente nelle proprie abitazioni. Ovviamente io parlo della Florida, dove la situazione è maggiormente sotto controllo, al nord invece è diverso, sappiamo tutti che a New York il virus ha colpito pesantemente.

In generale qui è iniziato tutto più tardi rispetto all'Europa ma sembra di essere già in fase-2; stanno riaprendo i parchi e piano piano anche tutte le attività, credo che fra un paio di settimane potremo tornare quasi alla normalità. L'America è così grande che è difficile trovare situazioni uniformi; qui a Miami sono stati due mesi per così dire ritirati... ma non c'è stata una quarantena drastica come altrove. Stanno riaprendo anche le spiagge, e questa è un'altra buona notizia.

Come ha gestito l'emergenza il governo americano? Che giudizio ti senti di dare sull'operato di Donald Trump?

Le notizie che arrivavano dall'Europa hanno aiutato gli Stati Uniti a comprendere ciò che stava succedendo dall'altra parte dell'oceano e ad essere meno impreparati. Tutto sommato secondo me l'amministrazione centrale ha gestito abbastanza bene l'emergenza, pur in un contesto complicato e nel quale le situazioni sono diverse da stato a stato. Questo è un paese con 350 milioni di abitanti, non è semplice coordinare un territorio di queste proporzioni, però qui in generale le cose funzionano.

Faccio un esempio: quando è scoppiata la pandemia un tampone costava quasi 2 mila dollari, un prezzo improponibile; poi, quando il virus ha iniziato a diventare sempre più pericoloso l'esame è stato offerto gratis a tutti. Oggi il test viene eseguito stando direttamente nella propria autovettura, senza scendere, in pochi istanti. E il sussidio è arrivato velocemente a tutti i cittadini che hanno pagato le tasse lo scorso anno: 1.200 dollari direttamente sul conto, senza nemmeno fare la richiesta.

Coronavirus a parte, come procede invece la tua carriera da manager e allenatore a Miami?

“Molto bene, sono davvero soddisfatto. Sono in America ormai da 12 anni: prima qui in Florida, poi due esperienze al nord, a Boston e Detroit, e poi di nuova a Miami. Con questa società, il Weston FC, lavoro da 8/9 stagioni e devo dire che l'organizzazione è ottima, c'è grande professionalità e strutture all'altezza. Sono uno dei direttori della scuola calcio e svolgo anche il lavoro di mister sul campo. Il pallone negli Stati Uniti è in continua crescita ed è anche un grande business per molti; i ragazzi pagano parecchio per giocare, d'altronde qui tutto costa. Ma tutto funziona.

A livello di prospettiva, però, vedo ancora lontano il giorno in cui il livello sarà paritario a quello europeo: perché la mentalità è diversa, non c'è la cultura del calcio come ad esempio in Italia, non si parla tutto il giorno del campionato come succede in molti paesi del vecchio continente. Qui ci sono tante più distrazioni, molte più attività, anche se i talenti non mancano affatto, anzi: però il calciatore che dimostra classe cristallina e potenzialità per emergere spesso preferisce iscriversi al college. L'università ha delle rette molto alte ma se sei bravo nello sport puoi entrarci gratis e questo rappresenta un'opzione da non perdere per molti ragazzi. Prediligono questa strada, piuttosto che arrivare in Europa e tentare la fortuna in qualche campionato di seconda o terza serie. Preferiscono laurearsi e rimanere qui.

Tante possibilità lavorative per i giovani ed anche una natura che regala emozioni, vero?

Assolutamente sì, siamo ad una quarantina di minuti da Miami Beach, in una zona molto bella, piena di paludi. A volte si vedono addirittura i coccodrilli, un giorno ne ho incrociato uno per strada... E' un posto stupendo, si lavora benissimo, le strutture sono al top e la scuola calcio funziona a meraviglia. E poi ho la possibilità di allenare sul campo una delle squadre più competitive e questo per me è molto gratificante.

Qui intanto si continua a discutere sulla ripartenza o meno della Serie A. Che idea ti sei fatto?

La pandemia in Italia è stata una vera tragedia e sinceramente non so come sia possibile in questo momento riprendere a giocare. Oltretutto gli atleti, anche quelli super professionisti, per due mesi non si sono praticamente allenati se non in casa, nel proprio giardino o persino in garage. E' un po' come ripartire da zero: bisogna rifare la preparazione, fare attenzione agli infortuni, senza dimenticare che ci sono tanti asintomatici. E se questi, anche dentro gli spogliatoi, iniziassero a contagiare i loro compagni o gli avversari? La vedo complicata. E poi senza tifosi e con tutte le altre restrizioni... e una nuova stagione che a settembre o al massimo ottobre dovrà ripartire. Non so. Capisco che devono riprendere a tutti i costi per una questione di soldi, ma mi chiedo che tipo di calcio e quale livello di spettacolo, dal punto di vista tecnico, verrà messo in scena...

Non possiamo concludere l'intervista senza parlare di Unione: l'hai seguita quest'anno? Perché i risultati sono stati deludenti dopo una stagione, quella passata, quasi trionfale?

Mi tengo sempre informato, leggo i risultati ma devo dire che l'ho fatto meno rispetto all'anno scorso, quando in panchina c'era il mio amico Massimo e nella rosa mio figlio Matteo. Specie dopo l'esonero di Pavanel sono stato meno attento alle sorti della squadra, pur continuando a seguirla. Difficile dire da fuori cosa non ha funzionato. Per la mia esperienza, quando perdi una finale arrivando ad un soffio dalla promozione l'anno seguente è sempre molto difficile ripartire perché le aspettative sono altissime. Tutti si aspettano che con due validi innesti arrivi primo di sicuro ma non è così automatico, il calcio non è una scienza esatta, è una questione di alchimia, di energie positive, di aspetti psicologici.

Forse dopo la sconfitta con il Pisa si è persa quella fiducia che aveva caratterizzato la cavalcata della scorsa stagione, senza dimenticare poi che il girone quest'anno era davvero tosto e che tante squadre si erano rinforzate. Probabilmente è sopraggiunta un po' di depressione ed i primi risultati negativi hanno tolto convinzione a tutto il gruppo. A proposito del Pava: approfitto di questo spazio per mandagli un grande abbraccio. Ha perso la mamma qualche giorno fa, una signora eccezionale che ho conosciuto ed incontrato tante volte. Una persona speciale, della quale conservo un ricordo bellissimo. Condoglianze sincere in questo momento personale così complicato”.

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