La storia dimenticata del fiumano Volk, attaccante della Roma morto in una casa di riposo

Il quadro è quello che mette assieme una casa di cura sui Castelli Romani, il Foro italico e l’entrata della sede del Totocalcio a piazzale Ponte Milvio a Roma. Il protagonista è Rodolfo ed è nato a Fiume nel 1906

Nel numero in formato digitale di questa settimana di Citysport, il settimanale sportivo di Trieste che nell'ultimo periodo ha deciso di concentrare gli sforzi sulle edizioni online, trovate anche l'articolo scritto da TriestePrima. All'interno delle pagine trovate molti altri articoli sul particolare momento che sta vivendo lo sport ormai da più di un mese.   

La storia ha pochi elementi ed è pressoché sconosciuta. Il quadro è quello che mette assieme una casa di cura sui Castelli Romani, il Foro italico e l’entrata della sede del Totocalcio a piazzale Ponte Milvio a Roma. Il protagonista è Rodolfo ed è nato a Fiume nel 1906. Il suo cognome è Volk e ancora oggi nella capitale è, dopo Francesco Totti, Roberto Pruzzo e Amedeo Amadei, il quarto miglior marcatore della storia della Roma. Una vera e propria leggenda. Mette in fila centinaia di presenze con la maglia giallorossa – i calciatori un tempo non giocavano ogni due giorni e non finivano nei musei delle cere–, guadagna qualche soldo e conduce una vita tutto sommato ordinaria.

Appese le scarpe al chiodo tocca lavorare

A fine carriera si ritira ma i soldi guadagnati col pallone non bastano. Il lavoro quindi diventa necessità per tirare avanti. Diventa prima custode di una piscina al coperto nei pressi del Foro Italico e gestita dal Coni, poi fa l’usciere nel luogo dove ci sono gli uffici del Totocalcio. Lui, ex calciatore e secondo miglior marcatore della Roma fino all’inizio degli anni Ottanta, costretto a salutare incravattati e marchettari della Capitale.  

Rodolfo ricoverato in una casa di riposo

La notte tra il 2 e 3 ottobre 1983 però le infermiere della casa di riposo Villa delle Querce di Nemi, uno dei più piccoli comuni della zona dei Castelli Romani, vengono chiamate improvvisamente a causa di un problema. “Sigghefrido sta male”. Sigghefrido o anche “Sciabbolone” è il suo soprannome. Ormai ha 77 anni ed è ricoverato a causa del suo cuore che, da qualche tempo, fa le bizze. La sua Roma campione d’Italia in carica quel pomeriggio è appena stata sconfitta dal Torino in trasferta.

Volk sta morendo dimenticato da tutti

Rodolfo non sta male, Rodolfo sta morendo e quasi nessuno sembra accorgersene. Da anni nessun ex compagno di squadra sembra ricordarlo, mai una visita, una chiacchierata sui tempi d’oro della Roma, sulla sua Fiume, sorridendo di quando venne mandato a Firenze a fare il militare e, sotto falso nome, giocò tutto l’anno vestendo la maglia della Viola. Solo Fulvio Bernardini riesce a rintracciarlo, prima perché il portiere di uno stabile di via Torrevecchia a Roma gli spiffera di averlo visto, poi direttamente nella casa di riposo sui Castelli.

Un trafiletto ingeneroso

Da giorni Rodolfo guarda fuori dalla finestra con la poca forza rimasta. Non è più lui, non è più quella bestia da goal capace di cannoneggiare verso la porta di qualsiasi squadra. Nel suo letto ormai si sente sempre più debole. Volk sta morendo e il suo sguardo lo presagisce. Corrono infermiere, dottori, esplode un via vai continuo ma Foschi (questo il suo cognome italianizzato a forza dal fascismo) se ne va in poche ore. La Gazzetta dello Sport riporterà la notizia solamente il martedì, in un trafiletto alquanto ingeneroso.

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La solitudine degli anziani nelle case di riposo

Volk muore praticamente dimenticato da tutti e viene sepolto a Nemi, nel piccolo cimitero del paese che negli ultimi anni sale alla ribalta per il caso di alcune capre soprese a brucare l’erba delle lapidi. In quel cimitero riposa Rodolfo Volk, figlio abbandonato del confine orientale che, come i nostri anziani al tempo del CoViD-19, esala l’ultimo respiro in una casa di riposo. Una storia dimenticata, dove il calcio del passato può farci capire la solitudine dei tanti nostri vecchi. Oggi più che mai. 

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