A Parola data: " Toghe Arancioni "

Tra le molte novità politiche di questi giorni, vi è la nascita del movimento "Rivoluzione civile".A costituirlo Antonio Ingroia, magistrato siciliano in servizio effettivo temporaneo in Guatemala dove gli è stato affidato un importante incarico...

Tra le molte novità politiche di questi giorni, vi è la nascita del movimento "Rivoluzione civile".
A costituirlo Antonio Ingroia, magistrato siciliano in servizio effettivo temporaneo in Guatemala dove gli è stato affidato un importante incarico dalle Nazioni Unite vista la situazione di pesante degrado che imperversa in quell'angolo di Sud America.
Ingroia vi ha portato la sua professionalità acquisita sui campi di battaglia forensi del nostro Meridione, ma tra un'indagine e un'intervista via satellite quale ospite delle più note e popolari trasmissioni televisive che si occupano di attualità, ha costituito un movimento che sembra una contraddizione di termini perché una rivoluzione o lo è in piena regola o non lo può essere.

Evidentemente al magistrato siciliano i giochi di parola attraggono.
Tipo quando l'anno scorso dalla tribuna bardata di falce e martello - era un convegno dell'estrema sinistra - affermò di essere "un partigiano della Costituzione" dimenticando, questa almeno è l'opinione prevalente, che la Costituzione è di tutti, malfattori compresi, e non di singole e ben individuate parti.
Nell'occasione però disse anche che "il magistrato quando applica la legge fa politica", concetto espresso più volte e in svariate sedi televisive e non, con il quale forse voleva dire che l'interpretazione della legge e la sua applicazione è un momento politico per come la sentenza può intervenire all'interno della società civile. Se mi si passa un'interpretazione personale, mi sembra un'acrobazia, ma il concetto ha comunque un qualche fondamento.
E può dunque ben essere che proprio per rimarcare l'azione politica del magistrato che Antonio Ingroia - in servizio permanente effettivo nei ranghi ordinati e sobri della magistratura - decise di partecipare a un convegno di partito bardato e colorato?

Insomma, che avesse intenzione di dedicarsi alla vita politica e anche da quale parte, lo si era ben capito.
Aveva lasciato però in molti il dubbio se la sua intenzione fosse specifica verso qualche partito.
Poi complice forse una qualche crisi di leadership di Antonio Di Pietro nell'Italia dei Valori, la sopraggiunta visibilità del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, tutti e due ex magistrati ben noti alle cronache nazionali, con l'aggiunta del combinato disposto dell'avanzata del movimento per antonomasia, quello a 5 Stelle di Beppe Grillo, Ingroia deve aver ben pensato che lui a un partito non vi aderiva. Lui lo voleva invece costituire in grande stile: con un simbolo importante e categorico quello del quarto stato e col colore arancione ben più vivo e visibile del rosso ormai datato. Un rosso che si fa antico, stantio come il nero delle toghe? Meglio cambiare.

La cosa che però ha colpito più di tutte è stato il suo immediato attacco a Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia fino al momento in cui ha deciso di candidarsi con il Partito Democratico dando le conseguenti dimissioni dalla magistratura.
"Grasso è stato nominato a quell'incarico da Silvio Berlusconi. Grasso è lo stesso che ha detto che il governo Berlusconi dovrebbe ricevere un premio speciale per l'impegno che ha profuso nel combattere la mafia come nessun altro", il tutto per insinuare la non affidabilità politica dell'uomo. O forse per voler dire che a combattere la mafia sono titolati e bravi solo certi e non altri.
Come replica, da Pietro Grasso un signorile silenzio.

Francamente non ho ben capito se simili prese di posizione abbiano un valore elettorale o se vi è qualcosa di più. Che Antonio Ingroia non avesse mai avuto con Pietro Grasso un gran rapporto lo si sapeva dai giornali, cosa questa che non fa mai bene all'immagine della magistratura, quando cioè nascono lotte (di pensiero, beninteso) tra magistrati esternate con fiumi d'inchiostro. E la malvivenza ne gode.

Simili parole mi lasciano l'amaro in bocca, forse perché sono cresciuto con l'idea che il magistrato è un servitore dello Stato, con le sue idee ma imparziale, solido e trasparente al tempo stesso, garante tanto delle libertà del cittadino quanto della regalità delle istituzioni.
Oppure è qualcos'altro.
Mi si lasci dire che non mi sembra una delle pagine più eleganti della nostra cosa pubblica.
Colore arancione a parte.
E ancora un piccolo pensierino: ma se uno è tanto bravo a combattere la criminalità organizzata, perché non continua a fare quel lavoro invece di dedicarsi alla politica?

Simone Momianesi

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