Intervista al grande Dacio Bianchi, ex biancorosso e campione del mondo over 50

Realizzata da Alessandro Asta di Citysport all'interno della partnership annunciata ieri 9 dicembre. L'indimenticato cuore biancorosso: "“Negli anni in Stefanel impossibile dimenticare tutta la gente a Chiarbola”

Questo articolo è realizzato da Citysport, all'interno della partnership editoriale annunciata ieri 9 dicembre 2019. 

Difficile scordarsi di uno come lui, a queste latitudini. Dacio Bianchi è come il buon vino: migliora man mano che invecchia. E se non vi dovesse colpire più di tanto il fatto che questo giovanotto di mezza età si sia regalato la scorsa estate sul campo una medaglia d’oro con la maglia azzurra, sappiate che il suo amore per la palla a spicchi è destinato a proseguire ancora. Non solo fuori dal parquet…

Campione del mondo Maxibasket Over 50 con l’Italia, con la sensazione che lo spirito profuso sia quello ancora di un ragazzino: da dove nasce tutto questo?

“Sicuramente dallo scoprire una dimensione nuova di vivere la pallacanestro: essere tornato a giocare in maniera seria dopo tanti anni è un’esperienza meravigliosa, dal punto di vista umano e sportivo, anche perché è un basket “adulto” e responsabile quello che ho nuovamente iniziato ad affrontare, contraddistinto da tanto equilibrio e dal giusto pathos. Le emozioni vissute ad Helsinki sono componenti che a livello umano mi spingono a rifare di nuovo un’esperienza del genere. Tutto questo al di là del titolo conquistato, che senza dubbio è stato la ciliegina sulla torta”.

C’è stato un momento particolare di quella kermesse che ricorda con maggior emozione?

“Vestire la maglia azzurra e sentire l’inno di Mameli è di per sé già da pelle d’oca. Quando ti mettono poi la medaglia al collo e vedi la bandiera del tuo paese che sale più in alto di tutte le altre, capisci di aver fatto qualcosa di veramente importante. E tutto questo condividendo con chi ti è stato accanto in quella avventura i tanti episodi che si sono susseguiti: dal giocare in tante piccole palestre di Helsinki, sino al vivere fuori dal campo i momenti non prettamente agonistici. Certo, i quindici giorni successivi alla kermesse sono poi stati devastanti dal punto di vista fisico, ma ne è valsa davvero la pena”.

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Parliamo invece del “Dacio” Bianchi che da qualche stagione ha iniziato la carriera di allenatore. Quali sono i valori che vuole trasmettere ai suoi ragazzi?

“Il dialogo, il confronto con le parti e il massimo rispetto: credo che tutto deve partire da qui. Molti di questi atleti mi chiedono se possono imparare qualcosa proprio dalla mia esperienza fatta con la Nazionale Over 50: la mia idea è quella di poter trasmettere loro proprio quel tipo di basket “adulto”, che non si basa sull’ansia del risultato finale”.

Quanto è cambiato il modo di giocare a basket rispetto al passato?

“Viviamo in epoche diverse, è dunque difficile fare un parallelismo. Adesso c’è tanto più tatticismo, si cerca l’essenza del gioco e tutto viene preparato sin troppo nei minimi particolari. Diciamo che questo è uno dei motivi per cui il nostro movimento fa fatica a produrre giocatori: molto ora si basa sull’atletismo, non nascondo il fatto che in tempi recenti mi sia addirittura annoiato a guardare una partita del nostro campionato. Per far crescere i nostri giovani, sin dalle categorie Esordienti, dovremmo dare loro la libertà in campo, a patto che anche loro stessi si prendano delle responsabilità”.

E la “sua” Trieste, la segue ancora?

“Come posso dimenticare un palazzetto di Chiarbola sempre pieno, oppure quei 18 pullman più auto al seguito per una gara-2 di serie B di finale play-off a Varese? Di Trieste mi rimarrà sempre il ricordo della gente che per strada si fermava a parlare di basket con me, come se fossimo amici da una vita. Credo che tutti facciamo il tifo per una piazza così competente di palla a spicchi, io per primo: il nostro movimento ha bisogno di questa città”. (A.A.)

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