Giovedì, 21 Ottobre 2021
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“Cronache sessuali”: Antonio Cornacchione sul filo tra sesso e politica

Al teatro Miela il comico molisano abbandona (in parte) la satira su Berlusconi per sondare le ossessioni erotiche degli italiani. Ne esce in trionfo, ma con qualche gaffe

Uno dei comici più politici in assoluto, Antonio Cornacchione, che il 18 maggio al teatro Miela si è esibito per più di due ore. Un tempo portiere di "Casa Vianello" e poi ospite fisso a "Che tempo che fa", lo si conosce soprattutto per il tormentone “povero Silvio” (monologhi di satira su Berlusconi camuffati da apologia). Cornacchione ha sempre dichiarato: «Se Berlusconi non fosse esistito, io sarei spacciato», e ora la sua musa ispiratrice si è ritirata nelle retrovie della politica quindi il comico molisano si lancia in una nuova sfida: far ridere senza l’aiuto di Silvio con un nuovo spettacolo dal titolo “Cronache sessuali”.

Una mezza sfida, in realtà. Di due ore il comico ne dedica una alla sua antica musa, riproponendo la stessa formula ma cambiando i comprimari: i politici di oggi. Le Cronache Sessuali del titolo sono relegate alla seconda metà dello spettacolo, ma avrebbero retto benissimo anche senza la prima. È come se, nel timore di avventurarsi in qualcosa di nuovo, si fosse dotato di un lungo e sicuro trampolino di lancio per scaldare il pubblico, usando Berlusconi come “coperta di Linus”. Forse la trapunta, coprendo metà dell’intero spettacolo, è stata tirata un po’troppo e, pur proponendo un format collaudato e godibile, si sarebbe potuta ridimensionare in favore delle vere e proprie “Cronache sessuali”.

Un copione fresco, quest’ultimo, che gioca sul contrasto: il sesso che diventa sempre più cruciale nella vita di tutti, che innesca la “febbre di Youporn” e diventa chiodo fisso, fonte di ansia e dipendenza, ma alla fine si fa strumento di autoironia. Ogni battuta segue il medesimo schema: alza la tensione fino a instillare ansia da prestazione in ogni spettatore, per poi scaricare tutto in una risata che diventa surrogato eiaculatorio.  Cornacchione è inoltre attore di un certo talento e riproduce orgasmi femminili perfetti solo per dimostrarne la falsificabilità. Anche quando interpreta una casalinga viziosa che dà la ricetta dei cannelloni, lo fa con la faccia e il fisico che ben conosciamo,  al chè non ridere diventa impossibile. Un dettaglio stilistico che non varrebbe niente senza i contenuti, che non mancano: la vocazione alla denuncia politica rimane tra le righe anche nel raccontare l’atto riproduttivo, e l’abilità nel cogliere i paradossi dei costumi sociali colloca Cornacchione ben oltre la comicità idiota dei tormentoni.

Questa virata brusca dalla satira politica a quella sessuale (a metà dello stesso spettacolo) ha anche una sua giustificazione: la rivoluzione sessuale negli anni 70 è andata di pari passo con quella politica. Un pretesto di fortuna, campato in aria forse, ma siccome ridiamo glielo perdoniamo. Succede anche un piccolo miracolo: il pubblico triestino gli perdona una gaffe di solito lavata col sangue, ossia confondere piatti friulani con piatti triestini. Uno scivolone non preparato, ma gestito con destrezza: alla fine sono gli spettatori a guidarlo in coro mentre stila un menu autoctono alla bell’e meglio. Il primo piatto in questo caso è il riso, nel senso di risata, che non solo aiuta a perdonare, ma è anche l’obbiettivo primo, centrato in pieno, di chi in questi casi paga il biglietto.

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