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Venerdì, 1 Luglio 2022
Il superpoliziotto

Fece la storia della Mobile, infiltrò la mafia per due anni: addio a Luciano Scozzai

Il superpoliziotto si è spento nella notte all'età di 80 anni. Il ricordo del figlio Michele, dell'ex questore Padulano e di un suo vecchio allievo, oggi in pensione. Parabola di un uomo la cui vita è stata un film

TRIESTE - "Era in servizio 24 ore al giorno, 365 giorni all'anno. Poteva capitare che, mentre si era fuori a cena o mi accompagnava a scuola o in piscina, con la moto o l'automobile di famiglia si mettesse all'inseguimento di un latitante. Era un poliziotto e solo quello: non c'era altro che volesse essere o apparire. Aveva un'etica del lavoro, una dedizione e una lealtà assolute. È questa la sua eredità più grande e, per me, la sua più importante lezione". A parlare è Michele, figlio di Luciano Scozzai, celebre ispettore spentosi nella notte e che tra gli anni Settanta e i Novanta ha scritto la storia della Squadra Mobile di Trieste. 

Al telefono, il tono di voce di Michele subisce comprensibili saliscendi emotivi. Troppi i ricordi, troppo grande l’amore per un padre che, oltre ad aver ricevuto il cavalierato della Repubblica e inanellato successi professionali non indifferenti, ha prima di tutto indicato la strada da seguire. Quando la fama precede la persona ecco che è molto facile far sì che il personaggio si trasformi in leggenda. E Scozzai, per almeno una generazione triestina di civili e poliziotti, è stato un vero e proprio mito: modalità operative in linea con l’epoca, una certa ruvida diffidenza negli atteggiamenti ed uno dei pochi dirigenti diventati tali senza aver conseguito la laurea, Scozzai è stato soprattutto uomo d’azione.  

Da Tirana a Cormons, poi Trieste

Nato a Tirana nel 1942 durante l’occupazione fascista dell’Albania, finita la guerra cresce a Cormons, località dove si stabilisce la famiglia una volta rientrata in patria. Entra in polizia da giovanissimo, viene mandato a Milano, per poi prendere la strada del confine orientale. Qui, dopo un anno e mezzo al posto di polizia del tribunale, entra in quella Squadra Mobile che non abbandonerà mai più. “Era una famiglia – racconta Michele -, pensa che per tre anni mi aveva messo a disposizione una scrivania dove, nel pomeriggio, poter fare i compiti". Luciano mette assieme una squadra di giovanissimi, quasi tutti provenienti dal sud. A distanza di anni (basta scorrere i social per farsi un'idea) qualche allievo di Scozzai gira ancora in via del Teatro romano, mentre qualcun'altro è andato in pensione da poco. “Quella stanza era un pellegrinaggio continuo – così Gerardo “Jerry” Schiozzi, poliziotto in pensione -, lì dentro Luciano ascoltava e catalogava tutto con una precisione incredibile. Ricordo che diceva sempre che la città non si controlla, ma si conosce. Era una specie di suo personalissimo motto, per far intendere quali fossero le attività davvero importanti da mettere in atto”. 

Professionalità e umanità, il senso per la giustizia

“È stato il mio braccio destro – ricorda l’ex questore Giuseppe Padulano, all’epoca dirigente della Mobile –, era appassionato, serio, il collaboratore più prezioso”. I metodi erano molto diversi da quelli di oggi e a chi chiede cosa succedesse dentro quella famosa stanza 40, Padulano risponde così: “Un enorme patrimonio investigativo a disposizione dell’ufficio, quegli uomini scrutavano il territorio grazie ad una importante rete di contatti e di informatori. Nell'attività investigativa odierna tanto lo si ottiene dalle intercettazioni o dalla videosorveglianza, mentre all’epoca si batteva la strada come dei segugi, si parlava e si ascoltava”. Negli anni Ottanta la Mobile è in prima fila contro il narcotraffico. I sequestri di droga – soprattutto di quell’eroina con cui le cosche siciliane inondano il nord della penisola – sono quasi all’ordine del giorno. Ma nella quotidianità di Scozzai ci sono anche attività che, anche se suonano meno eclatanti, rappresentano la vera natura dell'uomo. “Ricordo quando Luciano – sempre Padulano – si mise in testa di dover beccare un gruppo di rom che aveva commesso una truffa. Fece di tutto per farsi restituire i soldi, così da poterglieli rendere alla povera donna vittima del raggiro". 

Poi i "veleni in questura" e il capolavoro "Mezzaluna"

Un contesto di umanità che, nella stagione in cui i processi e Tangentopoli disintegrano la Prima repubblica, lentamente svanisce, provocando terremoti non solo politici. A guidare la Mobile di Trieste arriva Carlo Lorito. La sua è una presenza che segna la fine della carriera triestina di Scozzai, con accuse pubbliche, l’intervento della Procura e veleni capaci di suscitare attenzioni mediatiche di carattere nazionale. Alla fine va a lavorare a Bari sotto la neocostituita DIA del capoluogo pugliese. Prima di quell’incarico ufficiale, però, Scozzai entra nei Servizi. È il periodo in cui viene varata una nuova legge antidroga che permette coperture inimmaginabili fino a poco tempo prima. Da quel giorno, inizia quella che probabilmente è la sua pagina di storia più avvincente. Tra Genova ed Aosta, così come in Germania, Luciano riesce ad infiltrarsi in un sodalizio criminale composto dalla mafia turca e dalle ‘ndrine calabresi. In quei due anni vive, agisce e si comporta da narcotrafficante. Diventa uomo di punta di quella operazione “Mezzaluna” capace, come scrisse il Secolo XIX di Genova, di "mettere in ginocchio la più potente organizzazione internazionale di trafficanti di droga mai scoperta in Italia”. Gli ordini di arresto furono 54. Un film o, semplicemente, un capolavoro. 

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