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"Il 29 Ottobre 1918 sventolò il primo tricolore", la storia della targa dimenticata

La vicenda viene raccontata da una targa apposta a fianco del Teatro Rossetti, in quello che un tempo era denominato Acquedotto e che successivamente al passaggio della città al Regno d'Italia venne ribattezzato "viale XX Settembre". Chi erano le persone residenti in quella casa?

Ci sono storie che vengono dimenticate perché nessuno se ne ricorda. Storie che rimangono sepolte chissà dove, tra i cassetti della memoria e la polvere dell’oblìo. Esistono vicende di cui si parla volentieri, altre meno. Gli storici si interrogano, studiano, decantano il sapere; vivono divulgatori che conoscono perfettamente il fatto di cronaca successo 80 anni fa, ripetono a memoria il nome delle battaglie, il soldato caduto e che voltano una pagina di storia dietro l’altra.

In mezzo a tutta questa confusione emerge con forza la narrazione, vale a dire ciò che viene tramandato oralmente, che si modifica nel corso dei decenni. Nasce di un solo colore e finisce per l’essere raccontato neanche fosse l’arcobaleno. Nasce quasi sempre per caso e “rotola” chissà dove.

La vicenda di cent'anni fa

Il preambolo è per raccontare una storia accaduta il 29 ottobre 1918, esattamente cent’anni fa. La Prima guerra mondiale è ormai conclusa sul fronte del Carso e dell’Isonzo. Rimane qualche scaramuccia ma niente che possa ricordare gli anni terribili del conflitto. Trieste ha vissuto la guerra da lontano, guardando al monte Hermada (una collina di 323 metri sul livello del mare) come all’unico baluardo in grado di fermare l’avanzata degli italiani verso il porto dell’Impero. De Banfield ha volato sulla città difendendone il carattere austroungarico e vestendo la divisa asburgica. Qualche piccolo bombardamento c’è stato ma tutto sommato Trieste ha vissuto la guerra da spettatrice.

I triestini hanno vissuto gli anni della guerra in maniera convulsa, a volte contrapposta. Chi da una parte, chi dall’altra. Chi anelava al Regno d’Italia, chi invece avrebbe desiderato una fine diversa. Il conflitto si risolve male per Vienna e Budapest, Roma invece prende possesso delle terre adriatiche, tanto anelate durante il tardo Risorgimento. Le persone vivono quasi normalmente i giorni concitati prima della fine della guerra. Guai a tirar fuori una bandiera italiana.

Alcuni triestini sfidarono l'Impero

Eppure, prima dell’arrivo dell’Audace e del Regio Esercito che mette la parola fine a quasi sei secoli di dominazione asburgica, c’è qualcuno che sfida l’Impero e mette mano alle bandiere. Succede, almeno così si legge dalla targa, la sera del 29 ottobre 1918. La zona è quella dell’Acquedotto (o viale XX Settembre ribattezzato successivamente) e l’edificio è sull’angolo di fronte al teatro Rossetti. Sopra ad un bar, la targa posta lì chissà quando, recita così: “Da questa casa sventolò il primo tricolore della libertà, la sera del XXIX Ottobre MCMXVIII”.

Il registro può suonare per certi versi retorico e intriso di una propaganda post irredentista. Ma al di là di questo – che è pur sempre condivisibile o meno – resta la memoria di un fatto poco noto. Si pensa sempre – e le notizie degli ultimi giorni vanno esattamente in quella direzione – che i primi tricolori emersero appena il 4 Novembre, data che sul fronte dell’Isonzo e per Trieste segna la fine delle ostilità (mentre per il fronte occidentale rimane la data dell’11 Novembre 1918).

Gli interrogativi della Storia

La città di Trieste invece spesso si fa beffe delle convinzioni assolute, quelle per le quali tutto sta scritto all’interno di grandi volumi da imparare a memoria. Chi erano le persone residenti in quella casa? Erano donne? Uomini? C’erano bambini? Fu una dimostrazione rapida o, in mezzo all’atmosfera fugace di quegli attimi finali del conflitto, rimasero alla finestra per ore? Ci fu qualcuno che assecondò il tutto oppure si crearono attimi di tensione? Di risposte ce ne sono poche. Anzi, quasi nessuna.

La risposta al quesito, o la traduzione della narrazione potrebbe risiedere dentro a quei faldoni di Storia sepolti in qualche archivio, o nella memoria di chi sentì raccontare il fatto. La targa esiste ed è lì e in fondo, piace pensare che qualcuno stasera possa recarsi al cospetto di un dato storico che se non è narrazione, è pur sempre parte della memoria di questa città.

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