Cronaca

Lino Guanciale inaugura “Approdi” a Trieste (INTERVISTA E FOTO)

«Dopo "La porta Rossa" vivo una storia d’amore con questa città e sono orgoglioso di presentare un festival che ne celebra la cultura»

«Vivo una vera storia d’amore con Trieste, dove ho vissuto grandi soddisfazioni». Così Lino Guanciale saluta la città, a quasi un anno dalla fine delle riprese de “La porta Rossa”: la fiction da tre milioni e mezzo di spettatori che lo ha visto protagonista.  Stavolta Guanciale non è qui come Leonardo Cagliostro (le riprese del sequel ripartiranno tra qualche mese), ma come voce narrante in una lettura de “L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo, un omaggio a Trieste in occasione della rassegna “Approdi”. Un festival di teatro, arte e musica, dove le performance saranno collegate tematicamente ai luoghi in cui saranno rappresentate e 40 artisti saranno coinvolti in 10 luoghi diversi, per 5 serate e 3 eventi speciali.

«”Approdi” è un evento che evoca la dimensione delle grandi epopee marine come l’Odissea – racconta l’attore - e si collega alle mie esperienze artistiche che si basano su un teatro integrato nel territorio. E qui parliamo di una città che è “principescamente evocativa”».  Evocativo è anche il luogo in cui Guanciale incontra la stampa: il Caffé degli Specchi dove, dismessi i panni del poliziotto fantasma e indossata una camicia estiva, crea da subito un clima confidenziale da circolo letterario.

Ti trovi in una delle capitali della psicanalisi e ti prepari a leggere Italo Svevo. Qual è il tuo rapporto con la nevrosi?
«Mi sento molto a mio agio perché sono un nevrotico puro: noi attori lo siamo dichiaratamente e facciamo “outing” da piccoli. Siamo costretti a un continuo corpo a corpo con le nevrosi grandi e piccole e io, come qualunque attore, ho divorato Freud e Jung. Una delle cose belle dell’essere stato qui per cinque mesi è stata la possibilità di contestualizzare ciò che ho letto da giovane: quando ti ritrovi a recitare dove certe progettualità analitiche sono nate è come restituire al luogo la misura umana. Poi Trieste è specchio di nevrosi pura, è schizofrenica perché combina molti sfondi opposti e differenti: si creano molti scenari terapeutici ma anche una condizione eterna di ambiguità».

Con “La porta rossa” hai visitato la città forse meglio di molti abitanti. A parte l’Ursus, quale luogo ti ha affascinato di più?  
«Beh, per l’Ursus vale anche l’esperienza traumatica (ride). Oltre a quello mi ha colpito molto Melara, che è geograficamente meravigliosa, una delle parti visivamente più ricche della messinscena e da lì si gode della vista di Trieste più bella in assoluto. Un posto che ha un carico di paradossalità sociale e urbanistica comune ad altre città: Io vivo a Tor Bella Monaca, un quartiere periferico di Roma, costruito con gli stessi criteri, fatta salva questa tendenza alla “ghettizzazione”, non in senso offensivo ma in quanto costruzione di un borgo autosufficiente. È uno di quei posti che deve farci riflettere su che tipo di città vogliamo nel futuro: l’idea che sottendono è la “periferia intelligente” degli anni 70 e 80. Va detto che io sono un parametro originale perché ho avuto la possibilità di conoscere bene questi due luoghi poco accessibili».

E durante le riprese dove abitavi?
«Vicino a Piazza Unità, dove invece si respira la storia. Mi è rimasto molto impresso il video di un cinegiornale sul funerale di Franz Ferdinand, era a una mostra nel Salone degli Incanti. La bara arrivava al molo e veniva messa sul treno per tornare a Vienna, in quel momento finiva un mondo e ne iniziava un altro e questo accadeva nella stessa, identica piazza che vediamo oggi. La storia è vita pulsantissima in questa città».

Il tuo lavoro teatrale non si ferma al palcoscenico, lo porti anche nelle scuole con laboratori e incontri. Qualche volta la recitazione ha anche aiutato dei ragazzi esclusi dal gruppo a trovare una loro voce. Questa propensione alla cura l’hai ereditata dalla famiglia?
«Sicuramente: mio padre è medico e mia madre insegnante. Insegnare è una delle cose che preferisco, non escludo che per qualche anno potrei fare solo quello. La pulsione che un artista deve accogliere è quella della formazione degli spettatori a tutto tondo, per tutte le arti. Oggi non possiamo permetterci di aspettare il pubblico seduti comodamente sul palcoscenico o dallo schermo: bisogna andare incontro alle persone: Per esempio molti ragazzi sembrano impermeabili al teatro perché lo trovano noioso, ma basta dar loro gli strumenti per comprenderlo. Per esempio Moliére e Shakespeare sono congegni teatrali talmente perfetti che basta fornire due o tre porte d’accesso ai ragazzi per coinvolgerli».

Quindi perché i giovani si sono allontanati dalla cultura?
«Quando eravamo ragazzi noi c’era la deportazione coatta degli studenti  nei teatri, che è stata controproducente. In una classe di venti persone, per esperienza, quelli potenzialmente interessati al teatro sono almeno dieci: basta saperli “stanare” e sono sufficienti poche suggestioni. Molti non sanno che i drammi shakespeariani sono così lunghi perché la gente passava intere giornate a teatro, e che le commedie di Molière erano veri attacchi politici al Re Sole. Funziona anche con le arti figurative: tanti musei a cui io e la mia compagnia ci ispiriamo studiano protocolli per appassionare bambini e ragazzi all’arte contemporanea, che viene recepita molto meglio di quella classica. Credo che ogni artista, in maniera anche donchisciottesca, debba diventare operatore culturale».

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