Domenica, 17 Ottobre 2021
Cronaca

Sertubi, Pino (Pd): «Non deve chiudere, a rischio 72 posti di lavoro»

«I sindacati temono che si possa arrivare a una situazione simile ad Electrosteel, che in Italia ha soli quattro dipendenti che commercializzano tubi prodotti all'estero»

«E’ necessario mettere in campo ogni strumento possibile, a livello regionale, nazionale ed europeo, per scongiurare la chiusura della Sertubi e tutelare i 72 posti di lavoro». E’ quanto emerso da un incontro promosso dal Pd di Trieste con i sindacati sullo stabilimento. All’incontro, voluto dalla segretaria Adele Pino, hanno partecipato  una delegazione del partito triestino, Sandro Di Febo (rappresentante di fabbrica Uilm) Michele Pepe (appresentante di fabbrica per Fim-Cisl), Umberto Salvanieschi (Fim-Cisl) e Antonio Rodà (Uilm).

Secondo Pino «abbiamo ascoltato con attenzione dai rappresentanti dei lavoratori la situazione in cui versa la fabbrica, definita grave, e ci faremo interlocutori sia con la Regione che con i parlamentari nazionali ed europei. I dipendenti sono stati messi in ferie e non vi sono commesse in arrivo. I sindacati hanno denunciato il rischio reale, se non si dovesse intervenire in alcun modo, dell’avvio della cassa integrazione e della probabile successiva chiusura. Il rischio – continua Pino - è che si passi gradualmente alla sola commercializzazione del prodotto, cioè dei tubi di ghisa, che oggi sono invece semilavorati a Trieste. I sindacati – aggiunge Pino – temono che si possa arrivare a una situazione simile a quella della società indiana concorrente, la Electrosteel, che in Italia ha soli quattro dipendenti che commercializzano i tubi interamente prodotti all’estero».

«L’Europa rischia di veder scomparire interamente un settore strategico quale quello siderurgico e delle produzione affini – commenta Adele Pino - Esistono infatti solo alcune produzioni, tra le quali quella triestina, che pagano il prezzo della concorrenza fortissima di Cina e India, e così facendo l’Europa potrebbe finire per dipendere completamente dai Paesi extra-Ue. Da qui la richiesta – conclude – che porteremo avanti, di insistere per l’apertura di un tavolo nazionale e con l’Ue per valutare la possibilità di prevedere un dazio sui prodotti finiti in entrata, a tutela delle produzioni europee».

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