Erdogan invade la Siria del Nord: la guerra vista dai turchi di Trieste

Il 9 ottobre la Turchia invade la Siria del Nord. La guerra è lontana, ma a Trieste c'è chi la segue da vicino. Abbiamo dato voce alla nutrita comunità di turchi e curdi che, tra piccoli negozi di alimentari, kebab e barberie, vive le vicende del conflitto anche a chilometri e chilometri di distanza.

ANSA/AP

Il 9 ottobre la Turchia ha iniziato l'offensiva contro i curdi nel nord-est della Siria. L'annuncio è stato dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la notizia è stata diffusa dalla stampa di tutto il mondo. Quando si annuncia una guerra è sempre difficile immaginarsela, soprattutto per chi non l'ha mai vissuta. La guerra, dalle fotografie, non esprime la sua crudeltà perchè la cosa più paurosa, oltre ai morti, è il suo odore.

Sebbene la Turchia sia molto lontana, qui a Trieste c'è una nutrita comunità di turchi e curdi che, tra piccoli negozi di alimentari, kebab e barberie, vive le vicende della guerra anche a chilometri e chilometri di distanza. Abbiamo raccolto le loro opinioni: su quattro intervistati, ben tre sono curdi della Turchia e, sebbene abbiano lo stesso ceppo, hanno vissuti, pensieri e giudizi completamente diversi.

"Erdogan ha fatto bene"

"Erdogan ha fatto bene". Esordisce così un giovane sulla trentina. E' un curdo della Turchia. Ci accoglie pacato e tranquillo, sembra uno dalle idee chiare. Si siede con noi al tavolo e comincia a parlare senza esitazioni. Ci spiega che vive in Italia da dieci anni e che lavora a fianco di un curdo siriano, di qualche anno più grande. Hanno idee diverse sulla questione.

"I turchi vogliono creare un'area dove mandare tutti gli immigrati siriani – ci spiega con molta sicurezza -. In Turchia sono circa 3,5 milioni ed Erdogan non aveva scelta: o procedeva così o li mandava in Europa. Certo, ha provato anche altre strade facendo loro diverse proposte; aveva anche lanciato un canale televisivo in lingua curda. Il 70% dei curdi aveva scelto di stare con Erdogan e, soprattutto, di venire a vivere in città. In cambio dovevano solo abbandonare le armi. Non è servito a nulla perchè dall'altra parte c'erano gli israeliani e gli americani che continuavano ad armarli"

E riguardo il pericolo ISIS e, in particolare, la bomba lanciata sulla prigione? "L'ISIS in tutti questi anni è stato usato come ricatto. Facevano così (i curdi siriani ndr), minacciavano di aprire le prigioni e liberarli. Hanno un buon rapporto con l'ISIS. Ecco – ci spiega - , poco fa hanno detto che ci sono stati tre morti: due adulti e un bambino di 9 mesi. Loro sono così: non guardano se ci sono civili o meno".

"Sono stato in Turchia circa due mesi fa. Ovviamente mi aspettavo tutto questo, era nell'aria. Che ci sia altro? Sicuramente. Secondo me l'obiettivo è quello di dividere il popolo curdo". Quando gli abbiamo chiesto che fonti utilizza per informarsi, ha risposto che segue TRT, la tv di Stato, un gruppo su Facebook "Italiani in Turchia", per capire cosa succede nel quotidiano attraverso le domande di chi, per motivi di lavoro o personali, deve recarsi in Turchia e, infine, ha dichiarato di avere diversi scambi d'opinione con altri curdi.

"Pagano sempre i poveri"

E' una posizione più neutrale quella di un turco che condanna ogni forma di guerra, non solo quella nel nord della Siria. E' un uomo sulla cinquantina. Non è sereno: "Tutte le guerre sono brutte" ci dice con un velo di malinconia. Sembra una frase banale, già sentita, eppure è uno di quei concetti che dovremmo ripeterci più spesso, per non dimenticarli. "Non si deve arrivare a tanto. Anche l'Italia era in guerra, tanti paesi hanno perso molte vite. Negli scontri finisce sempre che pagano i poveri. I ricchi, i politici se ne stanno comodi a casa, mentre i civili, i più poveri, finiscono per essere ammazzati o ammazzarsi tra loro" conclude e sopira.

"Sono dei razzisti"

"Sono dei razzisti". Lo dice un ragazzo giovane, il più giovane dei quattro. Ha poco meno di trent'anni, ed è, anche lui, un curdo della Turchia. "Sono dei razzisti" ripete. Il suo è quasi un urlo di rabbia. C'è rancore mentre lo dice: stringe i denti, gli occhi sono infuocati.
"Non sai cosa hanno fatto. Non sai cosa ho visto". Lo sguardo inizia a riempirsi di lacrime, la sua è una forma di tristezza che non può avere conforto. "Hanno ucciso donne e bambini. Vogliono dividere il popolo curdo. Invadono i territori per i soliti motivi: economici, nient'altro. Loro sono con l'ISIS. Tu non sai cosa ho visto". Le parole diventano quasi un grido di dolore che si porta via tutto, anche la speranza, anche l'umanità. "Qui in Europa si sta bene: c'è la democrazia, c'è decenza. Là è tutto fuori controllo". Gli chiediamo quand'è stata l'ultima volta che ha visto la Turchia. Fa un sorriso nervoso: " Se torno mi mettono le armi in mano e mi mandano sul fronte ad uccidere altri curdi, senza troppi pensieri".

"Loro sono così - continua -. Non sai come sono, non sai cosa ho visto". Questa volta lo dice come se volesse proteggerci, per non farci vedere nemmeno con l'immaginazione quello che ha visto, per non contaminarci. L'effetto è quello di una madre che copre gli occhi al suo bambino di fronte ad una scena di guerra. "E' per questo che ho rinunciato alla religione. Sono giovane sì, ma è come se dentro avessi 40 anni. E' come se dentro fossi già morto". Ci sentiamo inermi di fronte alle sue parole, che pesano anche sulle nostre coscienze, quelle umane; pesano sui nostri cuori, noi che giudichiamo le storie degli altri comodi sui divani.

"Se due politici litigano, il giorno dopo possono anche abbracciarsi. Se due civili litigano, possono restare divisi per sempre"

Osman, lo chiameremo così, è un altro curdo della Turchia. Gli diamo un nome per renderlo più umano perchè lui ha una cinquantina di anni e sicuramente una storia travagliata. E perchè riesce ad essere elegante anche mentre sposta la verdura. "Cosa ne penso? Non voglio entrare in questi giochi politici. Sono sporchi, la politica lo è – ci dice -. Se due politici litigano, il giorno dopo possono anche abbracciarsi. Se due civili litigano, possono restare divisi per sempre. Ognuno di noi ha un'opinione, certo. Ma preferisco non addentrarmi in queste questioni" conclude.

Si intravede un lieve sospiro. Lasciamo il negozio e ci ritroviamo tra il traffico delle cinque a Trieste, a oltre duemila chilometri dal nord della Siria. Siamo lontani con i chilometri, ma oggi siamo riusciti, per poche ore, ad essere ad essere più vicini ad altri occhi, agli occhi della gente.

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