La storia di Mattia e Erica, i due triestini bloccati felicemente in Nuova Zelanda da tre mesi

Residenti in Indonesia, da inizio marzo i due coniugi istruttori di diving son stati costretti a rimanere in uno dei paesi più interessanti al mondo. Raggiunti da TriestePrima, ci hanno raccontato la loro storia

Trasformare il disagio legato al virus nella possibilità di visitare uno dei paesi più interessanti al mondo. Due triestini da anni residenti in Indonesia sono bloccati ormai da diversi mesi in Nuova Zelanda a causa delle limitazioni imposte dalle normative anti CoViD-19. Dopo la naturale e seccata reazione per non poter tornare a casa, hanno fatto di necessità virtù, prendendo la palla al balzo e lasciandosi trasportare dalle onde. Qualche anno fa, Mattia Calligaris e sua moglie Erica Stanta decidono di “mollare” tutto a Trieste e di costruirsi una nuova vita sull’isola di Nusa Penida, un paradiso a metà strada tra la turistica Bali e la tranquilla Lombok. Entrambi sono istruttori di diving, un'attività che grazie alle profondità del mare indonesiano è decisamente apprezzata. 

L'idea del viaggio

Qualche mese prima dell’emergenza progettano un viaggio proprio in Nuova Zelanda. Il 9 di marzo atterrano nel paese dei kiwi e degli All Blacks. Lì il virus non si è ancora palesato e non vi sono casi di contagio. “Tutto era cominciato come una normale vacanza, per noi” racconta Mattia, raggiunto da TriestePrima via mail. “Valigie leggere, arriviamo a Queenstown la sera del 10, dormiamo in un ostello e il giorno dopo recuperiamo il furgone camperizzato, veramente il minimo indispensabile per poter andare in giro, dormire e mangiare low cost”. Nonostante la copertura della rete mobile non sia sviluppatissima, Mattia e la sua compagna tentano, tra un’arrampicata in montagna e un tramonto su spiagge deserte, di tenersi aggiornati sull’andamento del contagio. 

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Il virus arriva anche in Nuova Zelanda

“Di lì a breve – racconta Mattia - fatalità del caso, con un convegno medico internazionale, arrivano i primi casi anche qui. Pochi, ma la diffusione ha inizio anche nello stato più lontano da tutti, il primo a vedere il sole al mattino”. I pensieri cominciano a circolare e i dubbi emergono. “Siamo un po’ allarmati, ma la situazione sembra essere sotto controllo. Il governo inizia a richiedere una quarantena autonoma e volontaria a tutti quelli che sono entrati dall’estero nelle ultime due settimane”. Dal 20 marzo in poi prende il via un’escalation di proclami e di misure di contingentamento. “Quello stesso giorno il governo annuncia di voler salire ad un livello di “Alert 2” dalla settimana successiva, e poi si vedrà” continua Mattia che decide di chiamare un collega che vive in Nuova Zelanda “per chiedergli cosa ne pensa, come dovremmo comportarci” e i possibili sviluppi futuri.

Da epidemia a pandemia: il virus è dappertutto

Il legame con l’Italia non l’hanno mai reciso del tutto, Mattia ed Erica, così alzano la cornetta e chiamano un amico medico nel Bel Paese. “Ci dice abbastanza chiaramente che dovremmo scegliere dove passare un periodo medio/lungo, perché tra un po’ ci sarà un problema grosso”. L’epidemia, infatti, sta per passare alla fase pandemica e il “problema grosso” sta per manifestarsi. Durante quel fine settimana il governo neozelandese decide di passare immediatamente al livello 3 di allerta, e in 48 ore al livello 4. “Nessuno deve uscire di casa, uno per famiglia può andare a fare la spesa, avete 48 ore per raggiungere un posto sicuro e passarci un tempo indefinito” queste le imposizioni del governo alla popolazione al fine di contenere la diffusione del contagio. La lotta contro il tempo, in realtà, è appena iniziata. 

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La corsa contro il tempo, l'obiettivo è rientrare a Nusa Penida

“Ci muoviamo più velocemente possibile dall’isola sud fino ad Auckland – continua Mattia - per tentare di prendere un volo che ci viene indicato da altri amici che come noi stavano rischiando di restare bloccati. Loro l’avevano già comprato, e mentre eravamo in fila per salire sull’ultimo traghetto per raggiungere l’isola nord, compravo online il biglietto per poter uscire da qui”. La data di uscita stampata sul tagliando è il 27 marzo. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’inizio dell’emergenza, il governo di Auckland ha registrato 338 casi e ancora nessun decesso. Lo stesso giorno in Indonesia i casi sono 893 e il virus, complice anche una struttura sanitaria non certamente all’avanguardia e un territorio sterminato difficilmente controllabile, registra già 78 morti. Il virus è dappertutto.

Spostamenti solo assolutamente essenziali, il lockdown

Mattia e Erica sono sull’isola sud in attesa dell’imbarcazione che dovrebbe portarli nell’isola settentrionale. Quando poi riescono a metterci piede è già molto tardi. Passano la notte vicino a Wellington e al mattino si rimettono in moto. “Ricomincio a guidare senza tregua verso Auckland: siamo già in lockdown, sono permessi esclusivamente gli spostamenti assolutamente essenziali. La polizia ferma vari mezzi, spesso perché troppo lenti, per evitare che intralcino questo esodo verso un rifugio, che non per tutti poteva essere casa”. La maschera antigas che indossa la ragazza dell’ufficio dove rendono il furgone preso a noleggio è preludio, nonostante il sole che splende in aeroporto e la felicità per condividere il volo dell’indomani con alcuni amici, a ciò che li aspetta.

Finalmente in aeroporto, (forse) si torna a casa

Alle quattro del mattino la sicurezza apre le porte. Mattia ed Erica sostano un po’ nella hall, in attesa che apra il check-in. “Alle 5 lo aprono e scopriamo che non ci lasceranno imbarcare”. L’incubo può iniziare. “Chiamo gli altri amici – spiega Mattia – per dirgli che dalla mezzanotte l’Australia non permette più nemmeno di transitare, quindi noi non possiamo salire su quell’aereo. Tento in ogni modo di far qualcosa, ovviamente non c’è nulla da fare”. La decisione “è governativa, e sono anglosassoni”. Senza un posto dove stare, Mattia ed Erica tornano dalla ragazza con la maschera antigas. “Così almeno per un periodo avremmo avuto un letto” racconta Mattia. Per chi vive in camper la Nuova Zelanda aveva creato delle specie di campi profughi dove “dovevi stare fermo, uscire per fare la spesa e basta”. 

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L'aiuto inaspettato: l'ospitalità neozelandese

In aiuto dei due triestini arriva un collega di Mattia. “Per nostra fortuna ha casa grande, aveva già quattro parenti bloccati a casa sua e quindi, avendo recuperato il furgone, ci siamo rifugiati nel suo garage”. Sullo sfondo della disavventura ci sono i voli di Stato che riportano a casa gli olandesi, i tedeschi, ma per loro due sembra non ci sia niente da fare. “Passaporto italiano, residenti in Indonesia, entrambi posti che ti invitano ad arrangiarti”. Tra scali aperti e voli cancellati, voli disponibili solo ai residenti, i due continuano a passare “questa vacanza forzata con una simpaticissima famiglia olandese e i loro due figli. Partite a scacchi, giardinaggio, passeggiate nel rione”.

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Da metà maggio una nuova libertà

La curva del contagio e da maggio Mattia e Erica sono nuovamente liberi. “La Nuova Zelanda ci ha esteso il visto fino a fine settembre. Possiamo girare e aspettare il momento in cui sarà possibile uscire da qui”. Cosa fare quindi? “Abbiamo deciso di riprendere il furgone e continuare a visitare questo splendido paese, dove offrire tutto ciò che è tuo è la norma, affacciarsi alla finestra per dirti di stare attento alle vespe mentre gli stai fregando le pere dall’albero è la norma e anche invitare a casa dei perfetti sconosciuti in giro con un camper, nel mezzo di una pandemia”. Buona vita "muleria".  

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