Coronavirus, la scuola a distanza "nel pallone": le testimonianze degli insegnanti

Una rivoluzione digitale obbligata e caotica, con studenti che non rispondono alle mail, insegnanti non sempre in linea con le nuove tecnologie, comprensibili vuoti normativi e un futuro incerto. Grande l'incognita degli esami di maturità mentre fioccano fake news sul sei politico per tutti. Le scuole di Trieste al tempo del Coronavirus

Foto: Today

L'Italia intera è zona protetta da circa una settimana, ma la scuola è “zona rossa” da ben prima: dal 21 febbraio, infatti, le classi del FVG sono vuote. Una delle regioni che per prime sono corse ai ripari e (anche se non si sa quanto questo abbia inciso) una delle meno colpite dal morbo che spaventa il mondo intero. Da quel 21 febbraio il sistema scolastico è stato costretto a portare a termine in pochi giorni una rivoluzione digitale senza precedenti per il bene della collettività. Una rivoluzione lampo, senza quasi formazione nè gradualità e soprattutto strumenti. Non tutti gli studenti, anche in quanto minorenni e dipendenti dai genitori, hanno infatti un computer proprio e sempre più spesso l'unico PC in famiglia viene usato da un adulto in telelavoro.

Per non parlare degli insegnanti, categoria con un'età media piuttosto alta e soggetta a resistenze nell'utilizzo della tecnologia, mentre altri professori più giovani si sono dati subito da fare per reperire le piattaforme online più performanti in un eccesso di offerta sul web. Un quadro che i docenti intervistati al telefono dipingono come fortemente disomogeneo, crivellato di vuoti normativi e dal futuro più che incerto, in totale balia dei dati che ogni giorno arrivano dagli ospedali italiani. Nessuno, ormai, mette in questione la necessità di queste misure, ma il malcontento è diffuso, questo sì, in maniera uniforme.

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“Non poteva che essere così, nessuno è preparato a una pandemia – spiega una professoressa di lettere in un liceo triestino – il ministero ha fatto il possibile per mettere le piattaforme online ma mancano i mezzi, non tutti hanno la wi - fi a casa e le postazioni a scuola sono ovviamente insufficienti perché nessuno pensava a una situazione del genere. Gli strumenti, tuttavia, dovrebbero essere forniti dalla scuola come le aziende equipaggiano i loro dipendenti per il telelavoro. Abbiamo la carta docente (500 euro l'anno, ndr) che copre alcune spese e che è stata estesa ad altri beni ora necessari come le webcam, ma i precari, ad esempio, non ne hanno diritto”.

La risposta degli studenti, al di là delle difficoltà logistiche, è anch'essa discontinua a dir poco perché non tutti rispondono alle mail. Molti non hanno le conoscenze informatiche che dovrebbero essere proprie delle nuove generazioni, ma altri se ne approfittano e 'spariscono'. “Non abbiamo neanche chiare disposizioni su quanto siamo tenuti a insistere – spiega un'insegnante di matematica e fisica in un istituto tecnico – e non sappiamo neanche in che modo far pesare la negligenza e le mancate risposte nei voti. C'è chi fa verifiche e mette voti sul registro già adesso, ma io sono contrario perché le prove a distanza sono falsate e possono essere facilmente copiate. Io aspetto di fare le verifiche in classe ma alcuni miei colleghi no. Senza contare che stanno girando fake news, a cui i giovani abboccano, che parlano della perdita dell'anno o del sei politico per tutti. Alcuni miei studenti con la media del 9 si stanno seriamente preoccupando per questo e noi non abbiamo le informazioni necessarie per tranquillizzarli”. 

“Se alcuni se ne approfittano, altri vivono in condizioni di effettiva fragilità psicologica – spiega un altra docente  dello stesso istituto - e hanno bisogno di un costante incoraggiamento da parte nostra. Proprio quando, a metà anno scolastico, iniziavano ad acquistare un po' di fiducia in se stessi, viene meno adesso quel contatto umano che eravamo riusciti ad instaurare. Adesso questi ragazzi si stanno, per così dire, 'lasciando andare'”.

Grande la difficoltà a spiegare i concetti: qualche insegnante meno 'tecnologica' spedisce foto di schemi tracciati su un foglio di carta, surrogato della lavagna, e qualche altro cerca di spiegare in videoconferenza o appoggiandosi a videotutorial già online. Per non parlare delle correzioni dei compiti, che normalmente vengono fatte alla lavagna e ora devono essere corrette una per una dall'insegnante: “Lavoriamo il doppio o triplo ma la resa è un decimo rispetto le lezioni frontali – spiega una professoressa di seconda lingua -. Le correzioni dei compiti, che faccio scrivere in file word, devo poi spiegarle nelle apposite note e questo mi porta via almeno un quarto d'ora per compito. Tocca agire per priorità e privilegiare le quarte e le quinte, che a breve andranno incontro all'esame di maturità”.  

È forse questo il tema che più spaventa tutti, studenti e professori, in maniera trasversale: “Se tutti hanno affrontato il programma previsto in maniera differente – continua la docente di seconda lingua -, come si potrà affrontare la seconda prova scritta che è uguale per tutta Italia? Si potrebbe imparare dalle scuole de L'Aquila che, dopo il terremoto, hanno affrontato la sola prova orale, commisurata al programma effettivamente studiato, con discrezionalità da parte delle singole scuole”.

Diverse anche le criticità tra i differenti istituti e materie, dalle scuole della minoranza slovena che trovano materiale video solo in italiano e inglese, agli istituti tecnici che prevedono laboratori ed esercitazioni pratiche, per non parlare delle lezioni di chimica, che devono disporre di materiali ben precisi e di supervisione da parte degli adulti.

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La possibilità di ritornare in classe tra due settimane, visto l'andamento della pandemia, sembra abbastanza lontana ma in molti ci sperano. “Tornare in classe con le mascherine e disposti 'a scacchiera' non è fattibile perché lo spazio è purtroppo quello – dichiara un professore di filosofia – ma alcuni di noi si sono dichiarati disponibili a fare lezioni a 'turni', ossia cinque persone alla volta. Purtroppo non è una disponibilità che si può pretendere da tutto il corpo docente”. 

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