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Sabato, 13 Aprile 2024
L'analisi punto per punto / Cologna - San Giovanni / Via Verrocchio

Quel buco di 20 giorni, la tesi del suicidio e il cordino: i punti che non quadrano

La lista degli elementi che non convincono l'opinione pubblica è piuttosto lunga. Dall'obbligo di vaccino per le forze dell'ordine che innesca una "coperta corta" nei primi giorni, fino alla più clamorosa data del decesso, avvenuta tra le 48 e le 60 ore precedenti al ritrovamento. Ecco i principali cortocircuiti

TRIESTE - Diversi sono i punti che “non tornano” nel caso che ha portato alla morte di Liliana Resinovich. Le principali perplessità risultano dai diversi elementi emersi dall’esame tossicologico e dal contenuto dello stomaco, con la relazione autoptica depositata lo scorso 31 ottobre. Li abbiamo raccolti, vediamone alcuni nel dettaglio. 

La tesi del suicidio

Se questa fosse stata la volontà di Liliana Resinovich, di certo non se ne trova riscontro nella cronologia delle ricerche online del suo cellulare, che sembrano incentrate su un cambio di vita (divorzio senza avvocato e cambio sull'acquisto di una casa). Il cordino trovato intorno ai sacchi ritrovati sulla testa della donna non era legato e non ha lasciato segni sulla sua pelle. Non si ha inoltre riscontro di azioni autoconservative o convulsioni, la posizione è composta e rannicchiata. Nello stomaco della donna è stata trovata una normale colazione con multivitaminico, un gesto di autocura che mal si concilia con un istinto suicidario, anche se non mancano in letteratura comportamenti ritualizzati di quotidianità, o apparentemente irrazionali, nelle persone che commettono il gesto estremo.

La data del decesso

La relazione autoptica fa risalire il decesso a 48 o al massimo 72 ore dal ritrovamento il 5 gennaio, che è avvenuto tre settimane dopo la scomparsa. Tuttavia molti elementi portano a pensare che la donna abbia condotto una vita sostanzialmente normale in quei 21 giorni: si sarebbe alimentata normalmente perché non ha avuto significative perdite di peso, inoltre i suoi indumenti, anche quelli intimi, sono apparsi puliti e in buono stato ed è stata riscontrata una depilazione priva di ricrescita. Liliana sarebbe stata quindi in un luogo che le dava la possibilità di lavarsi, depilarsi e lavare gli indumenti? L’integratore, le uvette compatibili con un panettone e le tracce di tachipirina e aspirina completano uno scenario quantomeno atipico per un “sequestro di persona”, come ancora recita l’unico fascicolo aperto della Procura sul caso. 

La casa dei genitori

I genitori di Lilli vivevano in una casa Ater in via dei Giaggioli, che risultava ancora non assegnata e disabitata nel dicembre del 2021. Le chiavi di quella casa erano state riconsegnate dopo la morte dell’anziana madre, nel 2013, e Sebastiano, in un’intervista a Trieste Prima aveva dichiarato che “forse Lilli aveva ancora le chiavi vecchie, forse anch’io ma chissà dove saranno, non ho idea di dove siano”, probabilmente riferendosi a delle copie. Fatto sta che non si ha notizia di eventuali sopralluoghi della polizia in quella casa e, in un’intervista rilasciata a Chi l’ha visto lo scorso aprile, un vicino di casa ha dichiarato di non aver visto sopralluoghi delle forze dell’ordine che, tuttavia, potrebbero essere stati comunque effettuati. Un luogo caro a Lilli che, come spiegato da Sebastiano in un’intervista al Piccolo, aveva intenzione di comprarlo con i suoi risparmi, ma che il prezzo era ancora troppo alto.

"Ci vuole coraggio per suicidarsi, Lilly non ne aveva"

La tesi del congelamento

Si è fatta strada nel web la tesi del congelamento del corpo, che in parte potrebbe sciogliere alcuni nodi, tra cui il blocco della ricrescita e il contenuto dello stomaco. Stando alla relazione autoptica, il rigor mortis della salma era in corso, un processo che inizia e si conclude in pochi giorni e che, come spiegato in un’intervista a Trieste Prima dalla criminologa Roberta Bruzzone, “con un congelamento in grado di bloccare il rigor mortis mi sarei aspettata dei danni termici da freddo in buona parte dei tessuti della salma, che non ci sono”. 

Gli avvistamenti

Liliana sarebbe stata vista da una donna che lavora in un negozio di ortofrutta a San Giovanni la mattina del 14 dicembre, tra le otto e le nove. Secondo la testimonianza della signora, Lilly camminava con la testa bassa, indossando una giacca color blu scuro (il colore della giacca con cui è stata trovata). Le era sembrata “pensierosa”. Otto giorni dopo la scomparsa, Telequattro intervista un’altra donna, convinta di aver visto la Resinovich davanti all’ospedale Maggiore, testimonianza ribadita alle stesse telecamere anche lo scorso settembre. Un’immagine di Liliana sarebbe stata registrata dalle telecamere di sorveglianza di un autobus in piazzale Gioberti, sempre nelle ore mattutine del 14 dicembre, ma il fratello Sergio Resinovich ha detto che nessuno lo ha mai convocato per riconoscere la sorella in quelle riprese. La vicina di casa dei coniugi in via Verrocchio, Gabriella Micheli, amica di Lilli ed ex dipendente della Questura, ha dichiarato sul canale Youtube “Viaggio nel movente” di aver visionato, prima del ritrovamento del corpo, alcune immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza di un autobus, ma di non aver riconosciuto la donna scomparsa. Non è dato sapere se poi gli investigatori siano entrati in possesso di altro materiale dalle telecamere nei mezzi pubblici. 

Le tracce di Dna e i sacchi

Due buste per la spesa “Conad” avvolgevano la testa di Liliana Resinovich al momento del ritrovamento e il corpo era coperto da due sacchi neri, uno sulla parte superiore e uno intorno agli arti inferiori. Il Dna di Liliana è stato trovato su tutti i sacchi e sul cordino lasso intorno al collo. Qui è stata rilevata anche una “debole traccia” di Dna maschile, che tuttavia non appartiene né al marito Sebastiano Visintin, né a Claudio Sterpin (con cui la donna avrebbe avuto una relazione) e nemmeno al vicino di casa Salvatore Nasti. Il fratello di Lilly e il suo avvocato Nicodemo Gentile hanno radunato un’equipe di consulenti per analizzare ulteriormente il caso e, secondo il legale, potrebbe trattarsi di uno “staging”, l’inscenamento di un suicidio da parte di un’altra persona. Continua tuttavia a sfuggire il senso di quei sacchi neri, sia in un contesto suicidario che, a maggior ragione, in un depistaggio per rendere verosimile questa ipotesi.

L’orologio rosa e la fede nuziale

Sul cadavere della Resinovich è stato trovato l’orologio analogico rosa visibile anche in molte foto pubblicate sui giornali e sui social. Inizialmente era trapelata l’informazione che fosse allacciato al polso sinistro, ma dal referto autoptico risulta invece il destro (dato corretto successivamente con una nota a pie’ di pagina). L’orologio è tuttavia fermo alle 9:17 (o 21:17), il che ha portato alcuni a ipotizzare un guasto causato da un colpo o una colluttazione nelle ore mattutine in cui si interrompono le tracce di Liliana. La relazione autoptica, tuttavia, non rileva “nessuna lesione grossolana” sul polso corrispondente. Assente dagli oggetti refertati la fede nuziale, che, secondo le testimonianze degli amici, liliana portava sempre al dito. Sulla cute dove avrebbe dovuto indossare l’anello è stata rilevata “un’area depressa”, come se l’anello (ma rimane un’ipotesi) fosse stato tolto poco prima o poco dopo la morte. Così ha dichiarato Sebastiano Visintin a Trieste Prima: "La fede è qui a casa nella sua scatolina, ce la toglievamo sempre prima di andare a dormire".

Elementi ostacolanti nelle indagini?

Martedì 21 dicembre (circa una settimana dopo la scomparsa) Trieste Prima ha contattato vigili del fuoco e soccorso alpino, i quali non erano a conoscenza del caso. Inoltre l’analisi dei cellulari di Liliana viene effettuata a fine aprile, oltre quattro mesi dopo il tragico ritrovamento. In generale, i tempi delle indagini sembrano quantomeno dilatati. Il 15 dicembre entra in vigore l'obbligo di vaccinazione per le forze dell'ordine. Secondo quanto si apprende, in quella giornata (che dovrebbe segnare l'inizio delle ricerche) la questura di Trieste avrebbe fatto i conti con l'assenza di una quarantina di poliziotti, tra malattia, no vax e ritardatari del vaccino. Inoltre, in quel periodo le forze dell'ordine vengono utilizzate anche per i controlli dei green pass sul servizio di trasporto pubblico. E' possibile che alcuni servizi operativi siano venuti meno? E' verosimile che possa esserci stata una sorta di iniziale sottovalutazione del caso, dovuta anche e in parte dall'azione di fattori esterni come quello descritto? 

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