"Dopo il 12 giugno 1945 le stragi titine proseguirono"

Il 12 giugno 1945 fu una giornata di liberazione per Trieste e Gorizia, ma in Istria e a Fiume il terrore sarebbe proseguito

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TriestePrima

L’ingresso delle truppe jugoslave a Trieste, Gorizia, Fiume ed in Istria a inizio maggio del 1945 portò a compimento la trasformazione di una lotta di liberazione nazionale in un progetto espansionista che travalicava i confini internazionalmente riconosciuti della Jugoslavia prebellica. Ecco perché il 12 giugno 1945 può essere considerato come una liberazione per Trieste e Gorizia rispetto alla presenza violenta e seminatrice di lutti dei partigiani di Josip Broz “Tito”. Il 16 anche Pola visse una momentanea liberazione, ma per il resto dell’Istria e per Fiume proseguì sotto l’apparenza formale dell’amministrazione militare jugoslava il processo di assorbimento nel nascente regime comunista di Tito e di annichilimento della comunità italiana autoctona.

La situazione in Istria e a Fiume

Se triestini, goriziani e polesani poterono festeggiare il consolidarsi della presenza militare anglo-americana (strumentale al controllo delle vie di comunicazione che collegavano il porto giuliano con l’Austria e l’Europa centrale), a Fiume ed in Istria proseguirono violenze (con epicentro Capodistria, ove il Vescovo Santin rischiò il linciaggio e ci furono incidenti con morti e feriti in occasione delle proteste contro la jugolira), sparizioni (Don Bonifacio maritirizzato in odium fidei rappresentò l’episodio più eclatante) ed eliminazioni degli elementi contrari all’annessione alla Jugoslavia (l’annientamento del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria e gli arresti degli autonomisti fiumani). Il mucchio di macerie che era rimasto di Zara dopo un anno di pesanti bombardamenti aerei angloamericani era stato occupato dai “titini” già nel novembre 1944, aveva subito il martirio delle “foibe azzurre” («L’Adriatico è la nostra foiba» ricordava il dalmata Ottavio Missoni) e sembrava ormai al di fuori di qualunque rivendicazione italiana.

I confini

La linea Morgan, che fu fissata su proposta del generale scozzese William Morgan il 9 giugno a Belgrado al termine di trattative tra anglo-americani e jugoslavi, da soluzione compromissoria momentanea in attesa della conferenza di pace avrebbe sostanzialmente assunto il carattere della definitività. Essa tuttavia in principio seguiva una configurazione diversa sul litorale istriano, poiché prevedeva che sotto il Comando ed il controllo del Comandante Supremo Alleato ricadessero «Pola e gli approdi sulla costa occidentale dell’Istria».

Gli Alleati si disinteressarono dell'Istria

Sulla costa istriana tuttavia le forze di occupazione jugoslave non intesero andarsene tanto facilmente, così come rimasero alcune enclavi di occupazione jugoslava nell’entroterra giuliano appartenente alla Zona A, senza dimenticare la rete spionistica lasciata sul campo: la struttura che fu in grado di organizzare la strage di Vergarolla dimostra il radicamento di questi elementi filojugoslavi. Sarebbero stati i successivi accordi di Duino a modificare il confine fissato a Belgrado e a sancire il disinteressamento nei confronti della costa istriana da parte degli Alleati, i quali si accontentarono di Pola, che Winston Churchill conosceva come importante base navale militare dai tempi della Prima guerra mondiale, allorché era Primo Lord dell’Ammiragliato.

L'epilogo

Il 12 giugno 1945 segnò da un lato un passo di riavvicinamento per Trieste e Gorizia verso l’Italia, la cui opinione pubblica seguiva allora con interesse le vicende del confine orientale, e dall’altro segnò la cesura con le altre province annesse al termine della Prima guerra mondiale, naturale retroterra triestino, ma destinate a venire inglobate nella Jugoslavia per effetto del Trattato di pace.

Lorenzo Salimbeni Ricercatore dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

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